partecipo al progetto

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ibridamenti.splinder.com

mercoledì 17 ottobre 2007

a proposito, ho traslocato

ho deciso di traslocare qui. Mi sembrava un posto comodo. magari ogni tanto posterò qui qualcosa, foto ad esempio. a presto.

venerdì 12 ottobre 2007

'Aidkum mabrouk!!

In questi giorni ho trascritto delle interviste per una relazione in ritardissimo che devo consegnare. Tra cui quelle a B. e S., marito e moglie siriani, fatte circa ad un mese di distanza, durante e dopo il Ramadan. Si tratta di musulmani piuttosto ortodossi, lei porta lo hijab, frequentano quotidianamente o quasi la moschea, evitano di restare da soli con un non parente dello stesso sesso per paura che Shaitan si possa insinuare tra di loro. E' un matrimonio combinato, eppure quanta delicatezza, quanto rispetto da parte di B. per la moglie, per il suo livello culturale, per il fatto che vorrebbe che lei migliorasse l'italiano (non lo parla quasi) e si inserisse in società, perché per lui non è certo la cosa più importante che lei cucini e tenga pulita la casa. Mi commuovo per i sentimenti che queste due persone mi hanno consegnato, paure, speranze, conflitti, squarci di vita intima interiore e familiare. Poi riascolto la parte in cui B. mi racconta della sua attenzione per la vicina, che lavora sempre, con un fratello handicappato. E del fatto che le ha voluto fare un regalo a Natale, per quanto i loro rapporti siano quasi inesistenti. E però si rammarica che né lei, né nessuno gli abbiano fatto gli auguri dell'Aid. Questo mi ricorda che proprio in questi giorni (il potere delle coincidenze) dovrebbe essere l'Aid. Oggi in piscina mi dico che dovrebbe essere oggi o domani. E passando dal macellaio egiziano a comprare l'acqua glielo chiedo: "Quand'è l'Aid". "Oggi". "'Aid Mabrouk allora". "Ma tu conosci l'Aid allora, e il Ramadan e tutto?". "Sì, ho amici arabi, e poi ho passato il Ramadan due volte in Tunisia". "Grazie signora grazie". Me lo ripete sorridendo due volte, tutto contento, mentre esce apposta fuori dal bancone per salutarmi. Penso che magari chiamo A. e scrivo a M., per far loro gli auguri.
Avevo portato a casa di B. delle caramelle per la figlia, e B., quando ci siamo congedati, mi ha detto che non poteva lasciar partire un'ospite senza fare un dono, perché in Siria si fa così. Mi ha dato un portapenne con un disegno simile a quelli tradizionali su ceramiche e stucchi, con su la scritta di Aleppo, la sua città, che è sulla mia scrivania, e sei bicchieri con il bordo d'oro, che serbo ancora. ('Aid el Fitr (ftur, pasto, la rottura del digiuno)o Sghrir, piccolo, è la festa che chiude il Ramadan, in cui si danno elemosine e si offrono pasti ai poveri, si comprano montoni da sacrificare e distribuire, ci si scambia regali e si comprano i vestiti nuovi per i bambini).
postilla: mi si dice che in Egitto l'Aid si festeggia domani. Insomma, c'è ancora tempo per fare gli auguri.

domenica 7 ottobre 2007

t'amo mia vita, la mia cara vita



Dolcemente mi dice, e'n questa sola
Sì soave parola
Par che trasformi lietamente il core,
Per farmene signore.
O voce di dolcezza, e di diletto, Prendila tosto Amore:
stampala nel mio petto.
Spiri solo per lei l'anima mia,
T'amo mia vita, la mia vita sia.

(Luzzasco Luzzaschi (1547/1607), Concerto delle Dame di Ferrara, madrigali a uno, due e tre soprani, harmonia mundi)

ps: se qualcuno mi aiuta a metter su i files musicali gli do un premio. che io, delle spiegazioni datemi a suo tempo, non ci ho capito niente.

venerdì 5 ottobre 2007

sono da ibrid@menti

Sono reperibile qui, dove parlo di narrazioni personali, di scambio e circolazione di racconti che si snodano tra passato, presente e futuro, di sguardi e ascolti reciproci, di disegni delle vite delle persone, di inedite identità, dell'efficacia simbolica e poietica della parola (e dei segni), delle sue possibilità rivelatrici.

mercoledì 3 ottobre 2007

è nato ibrid@menti

Ho cominciato a scrivere in rete, dopo aver ignorato a lungo il fenomeno, mentre mio marito aveva già iniziato da tempo, attratta dai discorsi interessanti e creativi che vi si dispiegavano, dalla possibilità di conoscere persone ricche, appassionate e interessanti, con le quali intessere discorsi che rendevano la mia casa, dove lavoravo, un nodo di una rete estesa e articolata di relazioni. Per certi versi non è stato facile, perché mi sono trovata a dibattermi nei dilemmi della convivenza tra parti del mio Sé che normalmente erano separate dalla mia persona pubblica, quella di antropologa, e per la quale pensavo fosse giusto mantenere un certo livello di formalità, se così si può dire. Le negoziazioni tra i Self continuano, ma posso dire che il fatto di avere un blog mi ha permesso di integrare diversi aspetti del mio Sé. Poiché però non posso fare a meno, nel vivere, di osservarmi e di osservare, e di interpretare secondo le categorie e i filtri analitici che costituiscono parte integrante di me, ho sempre pensato che sarebbe stato bello poter raccontare gli aspetti ricchi, innovativi e profondi del mondo della comunicazione in rete. Saluto perciò con profonda contentezza la nascita di ibrid@menti, nato da un'idea di intelligenza connettiva e con la partecipazione di william nessuno, e che inaugura un dialogo collaborativo e creativo tra l'università, in questo caso la Cà Foscari di Venezia, e le persone che, mettendosi in rete, hanno assunto in prima persona la responsabilità delle loro prese di posizione, hanno messo in circolo sguardi sul mondo, condiviso le loro vite, espresso forme di creatività, rendendo il quotidiano di tutti più ricco. L'università si apre al mondo, divenendo permeabile. Tra i partecipanti al blog ci sono molte persone che conosco. Per una serie di strane coincidenze e di intenzioni, la nostra rete si è stretta intorno a ibrid@menti.Ma credo che il parere di tutte le persone con cui ho dialogato da quando ho aperto questo blog sarebbe prezioso, perciò le invito caldamente a farlo. L'immagine di Oeils murales, che a me piace tantissimo, è di Will. Con un augurio di un fruttuoso ibridamento a tutti, comunque accada.

martedì 2 ottobre 2007

in cui si parla di borhan


A me, per quei singolari meccanismi delle associazioni mentali, il nome Buràn mi rimanda a borhan, la prova che un wali, una sorta di santo musulmano, mediatore tra gli uomini e Dio, dà della sua forza, soprattutto in situazioni di crisi e conflitto, smuovendo quindi il tessuto delle leggi ordinarie. Buràn, giornale online dalla raffinata veste grafica che opera mediazioni tra vite e forme di creatività e di espressione in rete, è un po' una dimostrazione della forza della rete di dar vita a un intreccio di voci che brulicano incessantemente nel mondo, si trasmettono attraverso il tempo, lanciate, esposte dagli angoli più disparati. Buràn è un portale, una conurbazione che apre porte su flussi di coscienza, scritture disseminate, io narranti che non delegano più ad altri il compito di parlare per loro, di far cronaca da dietro un vetro e provvisti di pinze. Crocevia autobiografici in cui vediamo continuamente la Storia intrecciarsi con singole esistenze, afferrando la portata di questo movimento prima di ogni concettualizzazione teorica, parole vissute nella carne di corpi e di luoghi, di cangianti configurazioni spaziotemporali. E che in questo numero, dedicato al conflitto, ci mostrano attraverso occhi di altri come il conflitto, a livello politico, storico, individuale e interpersonale può essere vissuto, aiutandoci a tracciare un quadro di somiglianze e differenze inestricabilmente intrecciate. Buràn è un porto, un sito di sosta temporanea da cui avviare cammini di erranza seguendo le tracce di chi ha già tracciato un percorso, arrivando a destinazioni sconosciute, rendendole note, ricreando i discorsi in lingua italiana. E' una delle possibili strade che la logica del dono e dello scambio, dell'ascolto sensibile della voce dell'altro, del coinvolgimento immaginativo in vite altrui può prendere in rete. Che non è poi altro che una dimensione rivelatrice della ricchezza, complessità e stratificazione delle vite.

sabato 29 settembre 2007

il sabato della serendipity

Le immagini mentali mi affascinano per il loro modo sintetico e immediato di presentare situazioni, rappresentazioni e concetti, porgendoli ad una immediata comprensione. Io la serendipity fino ad oggi me la visualizzavo come una pallina da ping pong che rimbalzava casualmente di qua e di là. Oggi mi è venuto più da pensare ad una serie di palle da biliardo (avvenimenti, coincidenze) che colpiscono le sponde del biliardo (i lati del Sé, gli interessi, le relazioni, dove non si sa se le palline si dirigono verso le sponde in virtù di qualche intenzione o sono le sponde ad attrarle), perché di serendipity ce n'è stata un grappolo, un cluster, che questa parola mi piace assai.
Vado alla biblioteca Bizzozzero (si chiama proprio così!) di Parma per cercare delle citazioni in un libro. Ora, divagazione, la biblioteca Bizzozzero, e soprattutto l'emeroteca civica accanto, è un posto incredibile. Si possono leggere tutti i giornali del momento, e vedere tutte le ultime uscite librarie del periodo, consultare Internet, prendere in prestito video e dischi. Adocchio un libro, Narrazione e sviluppo psicologico, trovo il nome di Bion, che già era saltato fuori qualche giorno fa cercando in rete delle cose su Jabés (di cui ho trovato poco, se non, cosa molto interessante, che è usato nella psicoanalisi bioniana), e le cui teorie un mio collega ha usato per un lavoro sulla musicoterapia, e prendo appunti. Esco, vado al bar a vedere Internet, do il tesserino da giornalista al barista, e scopro che lui è un napoletano di via Kerbaker, praticamente un vicino di casa, e che da poco è partito un suo ospite che abita nella mia stessa strada. Il barista mi porge il programma di Ottobre africano, una manifestazione che durerà dal 3 al 30 ottobre. Lui ospiterà un paio di avvenimenti nel suo locale. Il mondo è una rete.

venerdì 28 settembre 2007

ghmouq el ward

Quanta poesia in questo termine, "il tempo velato che accompagna la stagione delle rose" (ward, al singolare in quanto nome collettivo di specie). In dialetto tunisino, l'espressione ghmouq el ward (con gh che si pronuncia come una r arrotata, e la q che si pronuncia con un suono da chioccia emesso dalla parte bassa della glottide) indica il tempo di certi giorni di primavera, dalle nubi alte e bianche, che hanno l'effetto di attenuare la calura crescente.
Questo tempo veniva attribuito alla saggezza divina, grazie alla quale le rose rimanevano al riparo dal sole. Scorgo in questa concezione quella che può essere l'incredibile delicatezza della cultura araba, il profondo amore per i fiori, per le brezze (non a caso forse la radice di ruh, anima, è la stessa di riha, vento).
Questa credenza ha dato vita ad una recitazione poetica messa in forma da Mourad Sakli, nella quale una rosa, una nuvola e la luna dialogano tra loro, evocando l'interminabile lotta dei contrari, e che oppone la bruttezza alla bellezza, la speranza alla disperazione, l'individualismo all'altruismo. La storia prende avvio da una paura della morte, che si trasmuta in un attaccamento più forte alla vita, grazie all'amore.
L'ho comprato, questo disco, nel negozio di Sufian, che si chiama addiwan, nella medina di Tunisi, e ora lo ascolto, dicendomi che appena ho tempo chiedo a qualche conoscenza tunisina di aiutarmi a tradurlo.

lunedì 24 settembre 2007

poesia urbana

Milano, zona Corvetto. In chiesa oggi c'è il banco alimentare, canute dame agées di San Vincenzo, gambe gonfie, varici a vista, golfini sformati, capelli sottili ed elettrici, parlano con donne arabe, una chiede i pannolini per il figlio, il marito non lavora, la signora vicino a me sospira, ma perché non torna a casa?
Nell'uscire incontro sul cancello, magra, fluttuante in un'ampia lunga veste, il viso infantile contornato dall'hijab, una donna che avevo intervistato qualche mese fa, in un mese cupo in cui imperversava un triste festival dei fiori, che da anni escludo pertinacemente dai miei orizzonti mentali. A. ha un bambino con una malattia cronica rarissima, tutta la famiglia è a Milano perché possa essere curato. Mi riconosce, mi sorride, mi chiede perché poi non mi sono fatta più vedere, mi dice "ma perché non sei più bianca come prima"? Va dal dottore perché lei e il marito hanno la febbre. Ci sforziamo di parlare lei in italiano, io in arabo, rendendomi conto che pronuncia e vocaboli tunisini non sono così comprensibili alle orecchie di un egiziano. Le prometto che tornerò presto.
Una piazza rotonda, al centro un'aiuola spoglia, strade a raggiera intorno, come tante altre a Milano, parto di menti desolate e spente pianificazioni urbanistiche. A ridosso della pensilina dell'autobus, alcune cassette di uva nera, e una dai floridi mazzi di basilico. Le vende un anziano sdentato signore, mi chiede se li voglia tutti, gli dico che vado in giro e non posso. Mi racconta, sorridendo, che abita in zona e quelli sono i prodotti del suo orto. Come se non mi avesse sentita, mi invita a prendere una cassetta d'uva. Prometto anche a lui che tornerò, e mi congedo con in borsa un frondoso mazzo di basilico che spanderà vicino a me il suo intenso profumo per tutta la giornata.

domenica 23 settembre 2007

circoli virtuosi

Ci troviamo tutti riuniti, una compagnia che va ad assistere alla presentazione del libro di un amico a "Parole nel tempo" a Belgioioso, attorno alla tavola di una coppia siciliana dalla casa bella ed essenziale che ci ospita per uno "spuntino" di caponata, salame, caciocavallo silano e molto altro. Una psicoanalista, un'addetta stampa, una persona che lavora nell'intercultura, due in un festival del cinema, un giornalista che si occupa di editoria, una poetessa, una pittrice. Si comincia a parlare di leggere i libri a scuola, la psicoanalista dice che le case editrici dovrebbero far qualcosa, ci si mette a citare iniziative delle librerie in tal senso, ci si chiede quale debba essere il ruolo degli insegnanti, come fronteggiare il bullismo, e io dico che ci vorrebbero delle competenze trasversali, qualcuno che abbia competenze da educatore, nozioni di psicologia, che si occupi specificamente di questo. L'addetto stampa che per un periodo ha insegnato dice che vorrebbe dedicarsi a questo compito riallacciandosi in qualche modo alle sue competenze di insegnante. Il giornalista dice che si dovrebbe far leggere agli studenti delle cose vicine al loro mondo, al loro pensiero, farli appassionare. La psicoanalista ricorda che quando insegnava portava libri da leggere e commentare in classe, i suoi turbolenti ragazzi si rilassavano. Delle idee si possono mettere insieme così, molto semplicemente, a tavola, tra persone che uniscono competenze, idee e interessi con uno spirito collaborativo. Ne uscirà qualcosa? Solo il tempo lo dirà, ma intanto qualcosa è stato messo in comune, e si è creato un discorso, e una piccola rete di nuovi legami.

giovedì 20 settembre 2007

dietro le apparenze


Ieri sono andata a intervistare Marina Litvinenko insieme ad Alex Goldfarb, il dissidente amico di famiglia che ha scritto buona parte del libro "Morte di un dissidente", che in Italia è pubblicato da Longanesi, ed è uscito in Gran Bretagna ad appena sette mesi dalla morte di Aleksandr Litvinenko. Il libro è estremamente interessante per tutta una serie di racconti circostanziati che fanno capire quanto il mondo sia ancora più deteriore della peggiore immagine che se ne possa avere tra traffici sporchi di vario genere e ignoti ai più, soprattutto se, come è vero, due grossi attentati attribuiti ai ceceni, e che hanno fatto centinaia di morti, sono in realtà dovuti ai servizi segreti russi.
Prima di andare, ho letto le interviste a Marina Litvinenko durante il ricovero del marito, dopo la sua morte e in occasione dell'uscita del libro, oltre ai ricordi del loro incontro e del matrimonio. Spesso durante le interviste Marina piangeva, qualche giornalista ha azzardato un gesto di vicinanza umana. Ho visto le foto del marito che hanno fatto il giro del mondo, calvo, svuotato del midollo spinale. E letto ancora della contaminazione di centinaia di persone, di tutta la casa dei Litvinenko, di Marina, del corpo di Aleksandr per i prossimi ventotto anni.
Poi sono andata in albergo, vestita come una Audrey Hepburn con scarpe indiane. Come spesso accade, in questo ambiente ci si abbiglia accuratamente. La traduttrice con il suo twin set marrone e crema, gli orecchini di perle, il medaglione d'argento, il bracciale con i brillanti, il mio collega con il suo completo blu, Marina Litvinenko composta e ineccepibile in blu e argento, Goldfarb in nero, con una maglietta del Sundance festival, in cui un rettangolino rosso si accordava con le stanghette di plastica degli occhiali in montatura d'acciaio, con un effetto cromatico netto e piacevole, accuratissimo e informale. Abbiamo cominciato con una serie di domande caute a Goldfarb, mentre tutta la scena mi comunicava, nella sua compostezza, un'aria di irrealtà, con quell'albergo lindo, i divani bordeaux a motivi di foglie, le sedie in grosse righe colorate, altre poltrone azzurre sullo sfondo, su cui il mio sguardo indugiava, una scena avulsa dal tempo e dal dolore. Prima di cominciare, si parlava con il collega dei treni da Bologna, dove abita, della Fiera del libro d'arte, di registratori e altro, mentre pensavo allo scollamento di tutto questo con i sentimenti delle persone che avevo davanti.
Le ultime domande le abbiamo fatte a Marina. Com'era ora la sua vita, perché aveva deciso di scrivere il libro. Con un senso di pena da parte mia, non riuscivo a guardarla in faccia, non volevo vedere il suo dolore, però l'ho fatto, anche perché lei cercava il mio sguardo. Questa donna si è trovata a lavorare al libro dopo solo un mese dalla morte del marito, costretta a riversare il suo dolore in quelle pagine, e ora non vive che per il figlio. E dopo che il clamore come succede si sarà spento, cosa proverà? Dico quel che provo nel fare quelle domande, il collega mi dice, "io sono più sfacciato". Si fa firmare il libro, lei fa una piega amara con la bocca, io non lo ritengo opportuno. "E ora mi aspetta un'altra intervista", dice il mio collega, e va nell'altra saletta, dove c'è un altro scrittore. Penso alle crudeltà e necessità di questo mestiere, come molti di quelli che fanno sì che le informazioni circolino, e mi interrogo, sull'essere dentro e fuori le cose, e su un modo forse, di vederle da fuori e da dentro.

mercoledì 19 settembre 2007

ramadan mabrouk


Qui per un po' non si riesce a scrivere nulla... e a me pensando al Ramadan il cibo mi è venuto a noia... è magnifico stare a digiuno e sentire il corpo che si disintossica, e perde spessore, diviene meno denso. In Francia, segno eloquente, si diffondono cartoline e cortometraggi virtuali, che si possono visionare qui, e inviare agli amici sul cellulare e per mail.

lunedì 17 settembre 2007

mon interview à Bonnefoy

Qui c'è la mia intervista a Yves Bonnefoy, che tanto mi è piaciuto fare. Avrei voluto che questo breve incontro fosse durato di più, perché Bonnefoy è una di quelle persone che ti danno l'idea che parlare con loro sia altrettanto bello che leggerne l'opera. E visto che ci sono, metto qui un altro estratto da Les planches courbes (trad. italiana Le assi curve, Mondadori).

Ô poésie,
Je ne puis m'empêcher de te nommer
Par ton nom que l'on n'aime plus parmi ceux qui errent
Aujourd'hui dans les ruines de la parole.
Je prends le risque de m'adresser à toi, directement,
Comme dans l'éloquence des époques
Où l'on plaçait, la veille des jours de fête,
Au plus haut des colonnes des grandes salles,
Des guirlandes de feuilles et de fruits.

Je le fais, confiant que la mémoire,
Enseignant ses mots simples à ceux qui cherchent
À faire être le sens malgré l'énigme,
Leur fera déchiffrer, sur ses grandes pages,
Ton nom un et multiple, où bruleront
En silence, un feu clair,
Les serments de leurs doutes et de leurs peurs.
"Regardez, dira–t–elle, dans le seul livre
Qui s'écrive à travers les siècles, voyez croitre
Les signes dans les images. Et les montagnes
Bleuir au lion, pour vous être une terre
Ecoutez la musique qui élucide
De sa flute savante au faite des choses
Le son de la couleur dans ce qui est".

(da Le leurre des mots, p. 130)

giovedì 13 settembre 2007

è Ramadan

Oggi è il primo giorno di Ramadan.Mi piacerebbe tanto andare a una rottura del digiuno, ne ho nostalgia, e poi ad uno dei concerti che si tengono alla medina di Tunisi, nell'oscurità pullulante di persone, le braci con le merguez per strada, gli udun al qadi, le orecchie del giudice, dolci secchi avvolti a spirale che ruscellano miele, ne mangi un pezzo dopo l'altro senza riuscire a smettere.

Discrimination. Does it matter?

L'Unione europea ha predisposto un sondaggio per comprendere la portata dei fenomeni di discriminazione. Eccolo qui.

mercoledì 12 settembre 2007

mon interview à Malkani

ah bene, è uscita la mia intervista a Malkani (qui), peccato che sia una piccola parte della registrazione.

martedì 11 settembre 2007

a proposito di immigrati

La settimana scorsa, andando al festival dell'Unità, sito in una delle zone più tristi di Milano, dove si consumano appetitosi piatti sopra e sotto la plastica, e dove si balla rapinosamente il liscio, ho stupidamente perso il cellulare che avevo in tasca prima di scendere dal vagone della metro. Tanto per provare, abbiamo chiamato il numero. Qualcuno ha risposto. Era un immigrato che abitava a poca distanza, ci ha dato l'indirizzo di casa, e ad un certo punto ha arrestato il nostro profluvio di ringraziamenti con un "basta", presentandosi, stringendoci la mano e dicendo "io sono filippino, siamo brave persone, ditelo".
Nei giorni scorsi ho assistito, nel panorama mediatico di carta e di pixel, e con un crescente senso di amarezza e desolazione, al montare di un'ondata xenofoba originata da un episodio risibile, come quello della "repressione" degli assalti dei lavavetri ai semafori, che per una settimana sembrava essere diventato il nodo politico cruciale in Italia. Ognuno, poi, ha detto la sua. Sotto il nebuloso ombrellone concettuale della "sicurezza nelle città" c'è chi ha dato addosso ai Rom, chi alle prostitute, chi agli albanesi, chi ancora dei graffitari e chi ne ha più ne metta. Sindaci e politici si sono affrettati a rassicurare i cittadini promettendo misure rapide e di natura repressiva.
Ora, se ad alcuni esponenti della parte visibile delle istituzioni politiche, membri dell'esecutivo e sindaci, conviene mostrare il volto feroce per contenere lo scontento, quello che non viene invece detto è che da circa dieci anni in Italia si lavora intensamente per favorire l'integrazione innanzitutto economica, e l'accesso a diritti fondamentali di cittadinanza per gli immigrati, come quello alla salute, all'istruzione, all'alloggio. Si è così riusciti a scongiurare il formarsi di ampie sacche di emarginazione e segregazione come si è verificato in Francia o in Gran Bretagna, rendendo l'Italia per molti versi un paese modello in materia d'immigrazione e ibridazione culturale, grazie anche al fatto che il fenomeno ha cominciato ad essere assiduamente monitorato dopo pochi anni dal suo consolidarsi. A tutto questo hanno contribuito funzionari e impiegati delle amministrazioni, ricercatori,educatori, assistenti sociali, insegnanti, volontari, medici e infermieri, formatori, persone che si sono prodigate perché gli immigrati avessero accesso al lavoro, al cibo, ad un tetto, che avessero di che coprirsi, e che i loro figli andassero a scuola, cominciassero a imparare l'italiano, avessero gli stessi diritti di accesso alla società degli altri, acquisissero il permesso di soggiorno per motivi umanitari o lo status di rifugiati, predisponendo metodi di educazione interculturale, oppure creando progetti di formazione nei paesi di accoglienza, o ancora lavorando nelle carceri o prendendosi cura dei minori non accompagnati. Persone che come me hanno accettato cifre risibili per fare ricerca sulle relazioni tra società ospite e immigrati, per capire come intervenire meglio, oppure si sono introdotte nel mondo dell'illegalità per capire cosa succedesse. Un piccolo esercito di persone che hanno costruito, giorno dopo giorno e in modo impercettibile, la pace sociale. Questo soprattutto al nord, anche in seno ad amministrazioni di centrodestra, dove gli immigrati fanno molto comodo perché lavorano in settori dove altrimenti ci sarebbe il deserto: cantieri, mansioni operaie specializzate e generiche, assistenza a bambini ed anziani, lavoro domestico. Questa gente ci sta aiutando e ci è utile, molto, e non bisogna dimenticare che se viene qui è perché è spinta dal bisogno, perché una famiglia intera ha investito su di loro. Se lavorano clandestinamente, i primi responsabili sono i loro datori di lavoro. Devono aiutare le famiglie, e lo fanno ad ogni costo, anche di dormire per strada. Se non trovano lavoro spacciano o ricettano, e poi contribuiscono allo sviluppo di zone depresse dei loro paesi, come succede ad esempio con la regione marocchina di Beni Mellal. Solo che tutto questo quasi non compare sui giornali. La scelta repressiva non è solo quindi contraria alle posizioni etiche dei molti che lavorano per l'integrazione, ma anche pragmaticamente errata, perché apporterebbe solo disagi, conflitti e creerebbe o aggraverebbe le condizioni che dice di voler eliminare. Questo, senza presunzione alcuna, è un parere a cui credo di poter conferire l'autorevolezza della competenza professionale di cui dispongo.
Ho sentito molti in questi giorni esprimere pareri basati su opinioni del tutto personali, e fumosi discorsi mediatici e politici, spesso in malafede e totalmente scollati dallo stato delle cose, senza confrontarsi con quanto è stato verificato e scritto da persone che si occupano in modo assiduo di seguire il fenomeno. Credo che chi abbia voglia di comprenderlo seriamente abbia a disposizione una vasta scelta di titoli per capire realmente quale sia la situazione migratoria in Italia, come vi si sta facendo fronte, e quali sfaccettate e sfumature possano assumere i discorsi stigmatizzanti. Altrimenti sono solo asserzioni vuote di quella sostanza che è data da una disamina complessa e dal confronto con analisi consolidate, come spesso succede nelle manifestazioni di pregiudizio (cioè opinioni che si formano senza elementi per il giudizio), e che possono tuttavia condurre anche se in via indiretta al conflitto sociale. D'altra parte, come aspettarsi una riflessione più pacata da parte dei cittadini quando un Giuliano Amato si consente di bollare dei seri tentativi di riflessione come "sociologia da strapazzo"? Oltre che alla stigmatizzazione in blocco degli stranieri siamo arrivati dunque anche a quella del pensiero?

venerdì 7 settembre 2007

Londonstani

Gautam Malkani è minuto, l'aria gentile, e nonostante sia stanco si spende generosamente per spiegare la natura delle relazioni etniche a Londra, la subcultura hip hop dei giovani British Asians. Mi fa pensare a Jas, l'io narrante del suo libro, un adolescente quasi giunto a maggiore età, timido e studioso, che viene "adottato" da una crew di giovani gangsta, il cui capo, Harjit, è un muscolosissimo sikh che pratica quattro arti marziali. I suoi amici, Gautam li ha intervistati, poi da queste interviste è venuta fuori la tesi di laurea in Scienze Politiche a Cambridge, e infine l'idea di scrivere un romanzo, perché troppo rimaneva fuori. Eppure è modesto, del libro, della macchina narrativa, non gli interessa raccontare, gli preme descrivere una realtà, gli occhi lievemente febbricitanti per questo. Mi interessa molto questo tipo di scrittori ben preparati dal punto di vista concettuale, che non pongono cesure nette tra analisi e narrazione, due componenti che si rafforzano reciprocamente, con la narrazione che ne trae forza descrittiva ed evocativa. Londonstani andrebbe letto in inglese, uno slang serratissimo infarcito dei termini hindi, punjabi e urdu che i giovani British Asians hanno recuperato. La traduzione, purtroppo e necessariamente, non può rendergli giustizia. Leggerlo è veramente arduo, ma ne vale la pena per chi può. Io ho cominciato in inglese, ho proseguito in italiano per sveltirne la lettura in vista dell'intervista, e ora finirò in inglese. E' veramente gentile Gautam, alla fine dice a me e anche al traduttore, un insegnante di storia e filosofia che fa il volontario al Festivaletteratura da quattro anni, di farci dare il suo indirizzo, e di andarlo a trovare se passiamo da Londra. Continua a vivere a Hounslow, il sobborgo di Londra solcato dagli aerei che fanno base a Heathrow. Spero che rimanga così, che il successo non lo corrompa. Una figura, del libro, mi piace ricordare, in questi tristi giorni di compatti e trasversali sollevamenti xenofobi nutriti di slogan che sostituiscono i ragionamenti, tesi a eliminare qualsiasi marginalità, qualsiasi forma di contestazione al potere, qualsiasi pratica che disturbi un'idea di ordine sociale, non fosse che con la sua visibilità. Perché a me sembra che questo, soprattutto, si voglia eliminare, la visibilità dei marginali. La lezione di Mary Douglas è ancora pienamente valida. Il disordine, vale a dire ciò che non è classificato,che è appunto fuori dai confini, fuori dai margini, è avvertito come pericolo. E dunque, che si ristabilisca la purezza, e con essa l'ordine. Penso alle due prostitute rumene uccise, fatte a pezzi, di cui si è data notizia oggi, agli zingari sgomberati ieri a Milano, i bambini che frequentavano la scuola, e ora? La figura, dicevo, di Mister Ashwood, ex insegnante dei ragazzi della crew, pervaso ancora da una indomabile spinta all'impegno sociale, le pareti tappezzate di foto degli alunni della sua scuola, e che cerca di far di tutto, anche quando sono diventati dei teppisti, anche quando lo insultano, per far capire loro che possono arrivare da qualche parte solo impegnandosi nello studio, passando per le istituzioni.

mercoledì 5 settembre 2007

vado a Mantova

Ho cominciato a seguire il Festivaletteratura di Mantova fin dalla prima edizione, mancandone, credo, solo un paio. E devo confessare che ne sono abbastanza sazia e stanca per una serie di motivi che non mi dilungo qui ad esporre, senza contare che avrei cose piuttosto importanti da fare e che devo posporre. Spero, una volta che sarò lì, di ritrovare l'incanto delle squisite geometrie architettoniche mantovane, delle piazze perfette, l'effervescenza nell'aria, il piacere del crogiolarsi al tepore del giorno nella piazza del Palazzo ducale. Forse nei prossimi giorni sarò qui, nelle pagine culturali. Lascio intanto una poesia di Yves Bonnefoy, che sarà a Mantova, tratta da Les planches courbes, appena uscito per Mondadori (si può trovare un commento di questo libro qui, dove si potrà anche constatare il livello d'insegnamento della letteratura nei licei in Francia, traendone le dovute conclusioni).

Hier, l'inachevable

Notre vie, ces chemins
Qui nous appellent
Dans la fraîcheur des près
Où de l'eau brille

Nous en voyons errer
Au faîte des arbres
Comme cherche le rêve, dans nos sommeils
Son autre terre

Ils vont, leurs mains sont pleines
D'une poussière d'or,
Ils entreouvrent leurs mains
Et la nuit tombe.

domenica 2 settembre 2007

La marcia del romanzo attraverso la storia

"Da bambino passavo le vacanze nella casa di mio nonno a Calcutta,ed è stato là che ho cominciato a leggere. la casa di mio nonno era un luogo caotico e rumoroso, popolato da un gran numero di zii, zie, cugini e domestici, alcuni bizarri, altri semplicemente eccentrici, ma quasi tutti molto eccitabili. Eppure in quella casa ho imparato sulla lettura più di quanto abbia appreso negli anni di scuola". Così inizia il saggio di Amitav Ghosh, dal titolo citato in alto, contenuto nella recente raccolta di reportages e scritti Circostanze incendiarie, pubblicata di recente da Neri Pozza. Attraverso l'introduzione, che risucchia il lettore in una narrazione familiare, Ghosh racconta, attraverso l'elenco di alcuni libri presenti nella biblioteca domestica, la penetrazione del mondo in casa sua, intrecciando la biografia con un ambito di circolazione globale delle idee. C'erano Il ramo d'oro, le opere di Freud, Marx, Engels, Malinowski, capolavori della letteratura europea ottocentesca e novecentesca, persino Grazia Deledda, tutti i testi dei premi Nobel. Questi, per Ghosh, sono l'espressione di una "letteratura universale, una forma di espressione artistica che dà corpo a differenze di luogo e cultura, emozioni e aspirazioni, ma in modo tale da renderle comunicabili", un modo di tradurre cultura, di rendere concepibili vite immaginate in altri angoli di mondo, in modo da sfuggire al confinamento in un "tetro provincialismo".
Ghosh a questo punto però rileva una contraddizione, e cioè il fatto che i romanzi si fondano su un "mito di parrocchialità", vale a dire il rinchiudersi delle storie attorno a mondi dai confini culturali apparentemente netti e precisi. Una forma che sembra essere favorevole al rafforzamento della rappresentazione simbolica degli Stati nazione mediante una operazione di localizzazione, proprio nel momento in cui questi si dislocano e ampliano con l'acquisizione delle colonie, eliminando però questo spazio esterno, come bene ha messo in rilievo Franco Moretti.
Ghosh ricorda così che scrivere un romanzo, alla stregua di un lavoro di ricerca sociale, è frutto di un lavoro di selezione di elementi che concorre a comporre un quadro apparentemente coerente, e che per percepire l'ambiente circostante "bisogna distanziarsi da esso", compiendo quindi "un gesto di dislocazione", innanzitutto di ordine cognitivo, fuoriuscendo dalla doxa, dalle regole del gioco sociale che hanno apparenza di fatti naturali e taken for granted.
Eppure, proprio Ghosh è stato uno dei primi a spezzare la corrispondenza tra il decentramento cognitivo e la localizzazione narrativa ne Lo schiavo del manoscritto. Oggi i teorici del postcolonialismo caldeggiano la rappresentazione dell'ibridazione culturale. Molte le domande che sorgono intorno a questa tematica. E' giusto, e se sì come fare entrare il globale nel locale, come gli scrittori transnazionali, ad esempio Salman Rushdie o Jumpha Lairi vanno facendo? E' un compito che possono svolgere solo gli scrittori che già sono dentro un'alterità postcoloniale o anche quelli che si sono formati in un luogo più a lungo definito da una coerenza di rappresentazioni localizzanti? E se mettiamo, un italiano decide di aprire un suo romanzo a questi orizzonti, come dovrà attrezzarsi a farlo, senza correre il rischio di cadere in rappresentazioni stereotipate? Il saper guardare alla propria cultura con distacco porta con sé anche un saper guardare l'altro? E ancora, leggere libri di altri luoghi e prospettive culturali basta in sé a fare acquisire una distanza cognitiva? Oppure, perché gli scrittori la acquistano e altri eventualmente no? Quali sono i contesti, quali sono i processi? Porsi domande, ovviamente, significa analizzare una situazione, intravvederne gli spazi lasciati aperti a nuove e forse diverse immissioni di significato, rilevarne la complessità e l'indeterminazione al di là dell'apparente semplicità e completezza che il testo dà l'impressione di avere. Buona domenica, buona settimana, buona rentrée.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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