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venerdì 28 settembre 2007

ghmouq el ward

Quanta poesia in questo termine, "il tempo velato che accompagna la stagione delle rose" (ward, al singolare in quanto nome collettivo di specie). In dialetto tunisino, l'espressione ghmouq el ward (con gh che si pronuncia come una r arrotata, e la q che si pronuncia con un suono da chioccia emesso dalla parte bassa della glottide) indica il tempo di certi giorni di primavera, dalle nubi alte e bianche, che hanno l'effetto di attenuare la calura crescente.
Questo tempo veniva attribuito alla saggezza divina, grazie alla quale le rose rimanevano al riparo dal sole. Scorgo in questa concezione quella che può essere l'incredibile delicatezza della cultura araba, il profondo amore per i fiori, per le brezze (non a caso forse la radice di ruh, anima, è la stessa di riha, vento).
Questa credenza ha dato vita ad una recitazione poetica messa in forma da Mourad Sakli, nella quale una rosa, una nuvola e la luna dialogano tra loro, evocando l'interminabile lotta dei contrari, e che oppone la bruttezza alla bellezza, la speranza alla disperazione, l'individualismo all'altruismo. La storia prende avvio da una paura della morte, che si trasmuta in un attaccamento più forte alla vita, grazie all'amore.
L'ho comprato, questo disco, nel negozio di Sufian, che si chiama addiwan, nella medina di Tunisi, e ora lo ascolto, dicendomi che appena ho tempo chiedo a qualche conoscenza tunisina di aiutarmi a tradurlo.

lunedì 24 settembre 2007

poesia urbana

Milano, zona Corvetto. In chiesa oggi c'è il banco alimentare, canute dame agées di San Vincenzo, gambe gonfie, varici a vista, golfini sformati, capelli sottili ed elettrici, parlano con donne arabe, una chiede i pannolini per il figlio, il marito non lavora, la signora vicino a me sospira, ma perché non torna a casa?
Nell'uscire incontro sul cancello, magra, fluttuante in un'ampia lunga veste, il viso infantile contornato dall'hijab, una donna che avevo intervistato qualche mese fa, in un mese cupo in cui imperversava un triste festival dei fiori, che da anni escludo pertinacemente dai miei orizzonti mentali. A. ha un bambino con una malattia cronica rarissima, tutta la famiglia è a Milano perché possa essere curato. Mi riconosce, mi sorride, mi chiede perché poi non mi sono fatta più vedere, mi dice "ma perché non sei più bianca come prima"? Va dal dottore perché lei e il marito hanno la febbre. Ci sforziamo di parlare lei in italiano, io in arabo, rendendomi conto che pronuncia e vocaboli tunisini non sono così comprensibili alle orecchie di un egiziano. Le prometto che tornerò presto.
Una piazza rotonda, al centro un'aiuola spoglia, strade a raggiera intorno, come tante altre a Milano, parto di menti desolate e spente pianificazioni urbanistiche. A ridosso della pensilina dell'autobus, alcune cassette di uva nera, e una dai floridi mazzi di basilico. Le vende un anziano sdentato signore, mi chiede se li voglia tutti, gli dico che vado in giro e non posso. Mi racconta, sorridendo, che abita in zona e quelli sono i prodotti del suo orto. Come se non mi avesse sentita, mi invita a prendere una cassetta d'uva. Prometto anche a lui che tornerò, e mi congedo con in borsa un frondoso mazzo di basilico che spanderà vicino a me il suo intenso profumo per tutta la giornata.

lunedì 17 settembre 2007

mon interview à Bonnefoy

Qui c'è la mia intervista a Yves Bonnefoy, che tanto mi è piaciuto fare. Avrei voluto che questo breve incontro fosse durato di più, perché Bonnefoy è una di quelle persone che ti danno l'idea che parlare con loro sia altrettanto bello che leggerne l'opera. E visto che ci sono, metto qui un altro estratto da Les planches courbes (trad. italiana Le assi curve, Mondadori).

Ô poésie,
Je ne puis m'empêcher de te nommer
Par ton nom que l'on n'aime plus parmi ceux qui errent
Aujourd'hui dans les ruines de la parole.
Je prends le risque de m'adresser à toi, directement,
Comme dans l'éloquence des époques
Où l'on plaçait, la veille des jours de fête,
Au plus haut des colonnes des grandes salles,
Des guirlandes de feuilles et de fruits.

Je le fais, confiant que la mémoire,
Enseignant ses mots simples à ceux qui cherchent
À faire être le sens malgré l'énigme,
Leur fera déchiffrer, sur ses grandes pages,
Ton nom un et multiple, où bruleront
En silence, un feu clair,
Les serments de leurs doutes et de leurs peurs.
"Regardez, dira–t–elle, dans le seul livre
Qui s'écrive à travers les siècles, voyez croitre
Les signes dans les images. Et les montagnes
Bleuir au lion, pour vous être une terre
Ecoutez la musique qui élucide
De sa flute savante au faite des choses
Le son de la couleur dans ce qui est".

(da Le leurre des mots, p. 130)

mercoledì 5 settembre 2007

vado a Mantova

Ho cominciato a seguire il Festivaletteratura di Mantova fin dalla prima edizione, mancandone, credo, solo un paio. E devo confessare che ne sono abbastanza sazia e stanca per una serie di motivi che non mi dilungo qui ad esporre, senza contare che avrei cose piuttosto importanti da fare e che devo posporre. Spero, una volta che sarò lì, di ritrovare l'incanto delle squisite geometrie architettoniche mantovane, delle piazze perfette, l'effervescenza nell'aria, il piacere del crogiolarsi al tepore del giorno nella piazza del Palazzo ducale. Forse nei prossimi giorni sarò qui, nelle pagine culturali. Lascio intanto una poesia di Yves Bonnefoy, che sarà a Mantova, tratta da Les planches courbes, appena uscito per Mondadori (si può trovare un commento di questo libro qui, dove si potrà anche constatare il livello d'insegnamento della letteratura nei licei in Francia, traendone le dovute conclusioni).

Hier, l'inachevable

Notre vie, ces chemins
Qui nous appellent
Dans la fraîcheur des près
Où de l'eau brille

Nous en voyons errer
Au faîte des arbres
Comme cherche le rêve, dans nos sommeils
Son autre terre

Ils vont, leurs mains sont pleines
D'une poussière d'or,
Ils entreouvrent leurs mains
Et la nuit tombe.

mercoledì 20 giugno 2007

an object beyond one's own life



I know these islands from Monos to Nassau,
a rusty head sailor with sea green eyes
that they nickname Sabine, the patois for
any red nigger, and I, Shabine, saw
when these slums of empire was paradise.
I'm just a red nigger who love the sea,
I had a sound colonial education,
I have Dutch, nigger and English in me, and either I'm nobody, or I'm a nation.




Conosco queste isole da Monos a Nassau,
marinaio con la testa ruggine e occhi verdemare
che chiamano Shabine, il soprannome patois
per ogni negro rosso; e io, Shabine, ho visto
questi bassifondi d'impero quando
erano paradiso.
Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,
ho avuto una buona educazione coloniale
ho in me dell'olandese, del negro e dell'inglese,
sono nessuno, o sono una nazione.

(The schooner Flight, La goletta Flight, da Mappa del nuovo Mondo, Adelphi).

domenica 10 giugno 2007

murale, 2

















(...)Ogni volta che ho cercato me stesso ho trovato gli altri
Ogni volta che li ho cercati, in loro non ho trovato
che me stesso straniero.
che io sia il singolo moltitudine?


(u kulluma fttashtu an nafsi u jadtu al akhrin
u kulluma fttashtu anhum lam ajd fihum
sua nafsi ar ghiba
hal ana al fardu al hushudu?)


E sono lo straniero. Stanco della via Lattea
verso l'amata, stanco delle mie qualità.
la forma si stringe. La parola s'allarga.
e io trascendo i bisogni della mia parola.

(U ana ar ghibu. Ta'bitu min darb al halib
ila al habib, ta'bitu min sfati.
Ysiqu ash shklu. Yatasa'u al kalam.
Afidhu 'an hajat mafardti)


Mi guardo negli specchi:
sono io, quello?
Recito bene il mio ruolo nell'ultimo atto?
Ho letto il copione prima di questa messinscena
o me l'hanno imposto?
Sono l'attore
o la vittima che ha cambiato versione
per vivere nel postmoderno
dopo che l'autore ha abbandonato il testo
e attori e pubblico se ne sono andati?

(Afidhu 'an hajat mafridni.
hal ana hua?
hal u'ddai jaddudan dauri min al fasl al akhir?
u hal qra'tu al masrhyiat qbel hada al 'ardh
am furdhat 'allia?
u hal ana hua min yu'ddai ad daura
am anna adhyia ghayyart aqualha
li taysh ma ba'd al hadatha, ba'dma
anharafa al mu'llfu 'an siaq an nassa
u ansrafa al mumatthlu u ash hudu
u andhuru?)


(Murale, Mahmoud Darwish, epoché, pp. 21/23. Foto, Mahdyia, agosto 2006)

n.b ad Delmi traduce al habib, l'amato, con l'amata, (??).

venerdì 8 giugno 2007

murale, jadaryia

















Ecco il tuo nome,
disse una donna, e scomparve nel cunicolo sinuoso...

(Hadha hua ismuka
qalt imratun
u ghabat fi -l marra al-lulbyya
)

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l'ala di una colomba bianca mi porta
a un'altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.

(Ara al-masa' hunaka fi mutanauali al-aidi
u ihmluna jnahu hmama bi sa'an
sauba tufula ukhra ulman ahlum ba'ni
kuntu ahlumu. Kullu shay' uaqa'i
)

So che abbandono me stesso...
e m'involo. Sarò ciò che diventerò
nell'ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell'assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo è apparso per dirmi:
"Che cos'hai fatto, laggiù, sulla terra?".


E non ho udito l'esultanza dei giusti,
né il lamento dei peccatori. Sono solo, nel biancore,
solo...
Nulla mi addolora sulla soglia della resurrezione,
non il tempo né i sentimenti.
Non sento la leggerezza delle cose né il peso dei tormenti. Non trovo a chi domandare:
Dov'è, ora, il mio dove? Dov'è la città dei morti e io, dove sono? Non c'è il nulla,
qui, nel non-qui... nel non-tempo,
e non c'è esistenza.

Come se fossi già morto prima d'ora...
So cos'è questa visione, so che
sto andando verso l'ignoto. Forse
in qualche luogo continuo a esser vivo
e so ciò che voglio...

Un giorno sarò ciò che voglio.

(sa'sir yuman ma uridu)

Un giorno sarò un'idea. Nessuna spada la porterà
alla terra desolata, nessun libro...
Come pioggia su una montagna spaccata
allo spuntare di un filo d'erba,
non vincerà la forza
né la giustizia smarrita.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò uccello, dal nulla trarrò
la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano
avvicino la verità, rinasco dalla cenere. Sono il dialogo
dei sognatori, ho rinunciato al corpo e a me stesso
per completare il primo viaggio verso
il significato, che mi ha bruciato dileguandosi.
Sono l'assenza. Sono il celeste
fuggiasco.

Un giorno sarò ciò che voglio.

(Mahmoud Darwish, Murale, epoché, pp. 9-11, trad. Fawzi ad-Delmi. foto, Mahdyia, Tunisia, agosto 2006. I versi saranno gradualmente affiancati dalla versione originale traslitterata, per il piacere del suono)

mercoledì 6 giugno 2007

leggo Bhabha che legge Adrienne Rich

"The poet Adrienne Rich explores the kernel and substance of global minorities in Atlas of the difficult world (1991), one of the most striking poems dealing with the contemporary cosmopolitical world. Rich takes a global measure - a measure that is both moral and poetic - by decentering the place from which she speaks, and the location in which she lives. There is no ventriloquism or victimage here; non consensual cartography. Rich's resistance to such facile forms of identification and resolution comes from the relentless, repetitive power of her verse to reveal the profound "unsatisfaction" that dwells in our "shared" history of human civilization and barbarism. Anxiety links us to the memory of the past while we struggle to choose a path through the ambiguous history of the present. Such a restless apprehension about who one is - as an individual, a group or a community - and the complexities of forming a global perspective, are beautifully evoked in these few lines:



Memory says, want to do it right? Don't count on me...
I'm a canal in Europe where bodies are floating
I'm a mass grave I'm the life that returns
I'm a table set with room for the Stranger
I'm a field with corners left for the landless
I'm a man-child praising God he's a Man,
I'm a woman who sells for a boat ticket.
(...)
I'm an immigrant tailor who says A coat
Is not a piece of cloth only
..........................................
I've dreamed of Zion I've dreamed of world revolution
I'm a corpse dredged from a canal in Berlin
A river in Mississippi. I am a woman standing
I am standing here in your poem: Unsatisfied.


The insistent repetition of the phrase - "I'm a/I'm a... I'm - as in some bleak counting song of a monstrous child of our times, finds itself both implicated in the traumatic events of global histories - slavery, war, migration, diaspora, peasant ribellions, revolution - and yet unsatisfied in its attempt to imagine how might stage a relationship to a world rendered restless by its transhistorical memories. Each line contains its own encrypted narrative: Rosa Luxenbourg may be the corpse dredged from the Landswehr canal in Berlin; the civil rights moment of the American South is invoked in the burning Mississippi. Rich struggles to find a way of establishing a narrative of human interest, in the sense that Arendt gives to the term: an exploration of what lies in-between (inter-est) these distinct, even disjunct moments that allow them to become affiliated with one another in the spirit of a "right to difference in equality". The repeated phrase - I am - a table... a field ... a man-child... a woman ... an immigrant"- does not seek to establish the sovereignty of a "representative" world-subject who can speak for all peoples.
In keeping with the spirit of the "right to narrate" as a means to achieving our own national or communal identity in a global world, demands that we revise our sense of symbolic citizenship, our myths or belonging, by identifying ourselves with the "starting-points" of other national and international histories and geographies, It is by placing herself at the intersections (and in the interstices) of these narratives that Rich emphasizes the importance of historical and cultural re-visioning: the process of being subject to, or the subject of, a particular history "of one's own" - a local history - leaves the poet unsatisfied and anxious about who she is, or what her community can be, in the larger flow of a transnational history. (...)
Citizenship as "standing" is testimony to her insistence that as active citizens we must vigilantly guard against the state's strategies of exclusion and discrimination in the midst of its promises of formal equality and procedural democracy".

I am a woman standing here, unsatisfied.

(Homi Bhabha, The location of culture, Routledge, New York, 1996: xix-xxi; foto: "Mappamondo" da Luna-Pac di Luigi Serafini, fino al 17 giugno al Pac di Milano).

venerdì 30 marzo 2007

E quindi uscimmo a risentir le stelle?


No, non è andata proprio così. Nel senso che ho saputo troppo tardi, cioé ieri, che ieri sera ci sarebbe stato un concerto del Cantar Lontano alla Basilica di San Lorenzo, a posti esauriti. Sono stata più che contenta dei gentilissimi ringraziamenti di Marco Mencoboni al mio post(ino) su Ad Vesperas, ma un invitino, ecco, me lo potevano pure mandare. E comunque R. aveva già deciso che dovevamo andare prima all'aperitivo alle Tre Marie di viale Piave (il mio ultimo amore, bellissimo décor bianconero classico, ottimo barista anche se troppo lampadato, e poi come si può rifiutare di andare in un posto dove ti servono trota affumicata?) e ensuite ad ascoltare undici Contrappunti e Canoni dell'Arte della Fuga per due violini e due violoncelli nella cripta della Chiesa di San Fedele. Inframmezzati da letture da Clemente Rèbora, Thomas Stearn Eliot, Johann Sebastian Bach (meno male che esistono i Gesuiti). Pubblico sobrio e discreto, cosa rara alle manifestazioni culturali milanesi dove tutti si sforzano di mettersi in mostra quanto più possono. Tranne mio marito, che ha cominciato a protestare in maniera un po' troppo vivace per la modalità di lettura dei versi di Rèbora che proprio non gli andava giù. E ho conosciuto anche un simpaticissimo "immobiliarartista", un agente immobiliare che ha prodotto una mucca d'artista e sta cercando di farla esporre insieme alla mostra itinerante delle mucche d'artista. E poi gli piacciono anche i Sigur Ròs, insomma, apprezzabilissimo. Tutto questo per concludere, per chi abbia avuto la pazienza di arrivare fin qui, che Tra il tramonto e l'alba lo si può scaricare dal sito del Cantar Lontano. E che sto traducendo un libro sulla comunicazione che unisce svariate prospettive teoriche offrendo interessanti punti di vista, tra l'altro, sull'interazione tra i sensi e su modalità sensoriali di cui spesso non si è consci. Cosa della quale parlerò prossimamente.

venerdì 23 febbraio 2007

E lucevan le stelle


La definizione canonica di serendipity è "trovare qualcosa mentre si cerca qualcos'altro". In realtà credo che il termine si possa estendere al trovar qualcosa quando non si sta cercando niente di particolare, semplicemente perché si è sempre in cerca di qualcosa, intenzionati o predisposti verso qualcosa, perché l'occhio o altri sensi sono pronti a cogliere e selezionare nel mare di ciò che può essere poco o punto significante qualcosa che per il soggetto ha invece significato. E' una sorta di flanerie insomma, un vagabondaggio vigile. Questo per dire che la cosa più bella nella quale mi sia imbattuta alla Fiera del Libro di Torino dello scorso anno è una musica, quella di Languir me fault (anche se rischio di fare un torto ad Adrienne Rich e Nasòs Vàghenas). Che ho acquistato (il disco ma anche i libri di poesia Crocetti, in squisita carta avorio rigata) in un turbine di esclamazioni estasiate al rappresentante della casa discografica marchigiana E lucevan le stelle. Che ha fatto rivivere una tecnica peculiarmente marchigiana, quella del cantar lontano, cercando di ricreare le condizioni sonore di un coro i cui componenti cantavano a distanze specfiche in apposite cantorie predisposte nelle chiese, creando un effetto sublime all'ascolto. Ho languito per quasi un anno alla ricerca vana di questi bellissimi dischi, ma ora si possono comprare sul sito, scaricandoseli anche in formato mp3. E' possibile scaricarsi gratuitamente alcuni brani del Festival del cantar lontano insieme alle spiegazioni del maestro Mencoboni. E si può, o meraviglia, ascoltare o scaricarsi la voce del mio attore preferito, Toni Servillo, mentre racconta la vita di Diego Ortiz, maestro di cappella regia presso il vicerè spagnolo a Napoli, di cui esce ora questo magnifico Ad Vesperas, pubblicato da un'etichetta francese (lo dico io che i francesi sono superiori), Alpha. E pour en finir, domani ci sarà un live-blogging in collegamento dal Bit di alcuni piccoli concerti del Cantar Lontano. Io resterò attaccata al computer, anche perché tanto per fare qualcosa di diverso lavoro il fine settimana. E appena sono a piede libero vado da Fnac, che sospetto essere l'unico negozio in possesso di questa perla, per acquistare il disco ed estasiarmi ascoltandolo sino allo sfinimento.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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