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lunedì 2 aprile 2007

Still life


Still Life è un film che non va tanto ascoltato quanto guardato, perché la maggior parte della passa dalle immagini. Lo sfondo è quello di una zona stravolta da un gigantesco piano infrastrutturale di costruzione di dighe, che prevede la sommersione della vallata fino al livello di centocinquanta metri. Nel villaggio di Fenjie si intrecciano due storie, due ricerche di persone la cui vita è stata in qualche modo influenzata dalla costruzione delle dighe. Han Sanming, un minatore, giunge nel villaggio per trovare l'ex moglie, che aveva comprato e che gli era stata portata via dalla polizia, e la figlia sedicenne che non ha mai visto. Ma la moglie si è spostata chissà dove a causa e lui rimane lì ad aspettare partecipando ai lavori manuali di demolizione delle case. Un'altra donna del suo stesso villaggio arriva anche lei a cercare il marito ingegnere che non vede da due anni, che probabilmente ha una relazione con un'altra donna, decidendo di lasciarlo. Dopo un anno Han Sanming ritrova la ex moglie, che lavora su una barca in attesa di un riscatto di trentamila yuan (anche se il motivo resta vago, sembra un probabile debito dovuto dal fratello della donna), mentre la figlia si è spostata ancora più a sud per lavorare. Il film non va compreso tanto guardando alle storie dei protagonisti che più spiccano ma alla coralità dei personaggi. La narrazione rimane quasi bloccata. I demolitori non fanno altro che demolire e mangiare, in una tacita solidarietà maschile. La moglie di Han Sanming comprende in uno dei dialoghi finali che la sua vita sarebbe stata migliore se l'avesse trascorsa con il marito che l'aveva comprata. Il breve scorcio sulla vita della burocrazia della zona mostra come causa agente un potere senza volto che può decretare lo smantellamento ipso facto delle case, che non si cura degli infortunati sul lavoro, e che spinge migliaia di persone all'esodo nelle direzioni più casuali. La mancanza di narrazione dice l'immobilità di queste esistenze, che sono ben lungi da poter configurare la propria vita come quella cicogna che Karen Blixen diceva apparisse alla fine del percorso esistenziale, cioé il disegno di una storia in qualche modo intenzionale. Comincio a pensare che questa sia una delle ultime grandi narrazioni occidentali, tra le più tenaci a morire. Più di ogni cosa parlano le immagini, le bellissime vallate sommerse e brumose, il paesaggio dominante degli scheletri dei palazzi in demolizione. E particolarmente toccante è la scena di un vecchio che è costretto a lasciare la vecchia casa da demolire, e che va ad abitare in un vano ricavato sotto l'arcata di un ponte. Mentre la propaganda cinese inneggia al trionfo del piano, parla dell'entusiastica partecipazione degli abitanti alla demolizione, illumina in modo spettacolare nuovi ponti, e si viene a sapere che nelle miniere possono esserci decine di morti ogni anno. Un film senza sbavature, che non urla le sue denunce, non commuove, ma lascia solo il senso della mancanza di senso di vite alla deriva, senza alcuna chance di progettualità, travolte come le case.
Devo fare una post-illa a questo post. A volte i tentativi occulti di Google di influenzare le nostre vite attraverso l'ordine dei siti corrispondenti alle parole chiave ha qualche vantaggio. Io per esempio cercando la locandina del film ho trovato questo sito molto interessante con le sinossi dei film, tutte le recensioni pubblicate dai giornali e anche i commenti degli spettatori. Questa frase in particolare mi ha colpita: "descrizione unilaterale di una civiltà troppo avulsa dalla nostra". E' quel "descrizione unilaterale" che proprio non riesco a capire cosa voglia dire. Doveva essere bilaterale, poliedrica, bipartisan, concertata, occidentale, dodecaedrica, dodecafonica, pentapartitica, pentagrammatica, boh? Il concetto di autorialità non è estensibile ai cinesi? Rimango una morettiana di ferro: chi parla male, pensa male. E poi tutto rimane "troppo avulso", che tristezza.

lunedì 12 marzo 2007

menu domenicale e contorno musicale # 2


Il piatto di oggi, unico, robusto, sostanzioso e quasi da indigestione, consiste in un polpettone indiano alla melassa con contorno di canzoncine bollywoodiane.
Ero andata all'Oberdan con l'intenzione di fare una maratona cinematografica. Il primo film avrebbe dovuto essere Jism, ovvero Il corpo, di Amit Saxena, storia dostojewskiana di un alcoolista che intreccia una relazione con la casalinga Sonia, che lo porterà ad ucciderne il marito. Almeno, questo è quello che dicono i curatori di "Sguardi altrove". Perché io quel film non l'ho mai visto. Sono entrata con una mezzoretta di ritardo in sala, merci Dieu, per assistere alla sciropposa storia, di cui non so nemmeno il titolo, tra il musicista Vikram e la giovine e talentuosa Tina, che fa la barista ma è dotata di una voce eccezionale. Vikram la accoglie magnanimamente nella sua scuola di musica perché scorge in lei l'interprete ideale delle sue canzoni. Ma quando Tina dimostra con sorprendente velocità di essere anche un'ottima compositrice al buon Vikram la cosa non sta proprio bene. Così le ruba la canzone e la umilia in pubblico. La poveretta, che è cristiana, si rifugia in un convento decisa a non cantare più perché ha deluso il suo maestro e a farsi suora. Ma lui tra balletti e canzoni la convince a rientrare in scena e le regala una serata tutta per lei dalla quale Tina uscirà trionfante. E decide, moralisticamente, di rinunciare per sempre al suo amore e di diventare un buon maestro, mettendo in ombra la sua creatività a esclusivo beneficio di quella degli allievi. Stremata da due ore di cotale stile, ho appena iniziato a vedere Paap. Una giovane pastorella del Ladakh, regione himalayana, vestita di sgargianti sete e ornata di chili di turchesi, riceve chissà perché da un lama l'incarico di andare a prendere in consegna a Delhi un bambino che è la reincarnazione di un maestro defunto. La ragazza esegue il compito, ma il bambino assiste nelle toilettes dell'aeroporto ad un efferato omicidio, e decide coraggiosamente con la consapevolezza da reincarnato qual'é di testimoniare. A questo punto ritenevo di aver visto il meglio dei film, vale a dire scorci di magnifico paesaggio del Ladakh, e ho deciso di andare. Anche il relativismo culturale ha i suoi limiti fisici. Mentre uscivo da una porta, scena quasi da film, entrava dall'altra un amico che non vedevo da tempo, e che mi ha raccontato del suo recente viaggio a Bangalore mentre passeggiavamo per Corso Buenos Aires. Le coincidenze della vita a volte sono veramente sorprendenti. Sosta di una settimana per riprendere fiato in vista del festival del cinema africano.

sabato 10 marzo 2007

The namesake


Namesake significa omonimo. E' il titolo di un romanzo di Jumpa Lahiri trasformato in film da Mira Nair, una storia di nomi dalla profonda valenza metaforica che si intrecciano con destini in-between. La prima scena mostra un giovane studente indiano, Ashok Ganguli, che legge in treno una raccolta di racconti di Gogol, convinto che la letteratura sia un modo di viaggiare, ma il suo compagno di scompartimento lo esorta a sperimentare il viaggio sulla sua pelle, prima che il treno abbia uno scossone. Cambio di scena, e ritroviamo il giovane studente divenuto insegnante negli Stati Uniti, e convenuto a un incontro combinato dai genitori con la bella Ashima, che prima di vederlo prova le sue scarpe inglesi lasciate sulla soglia, quasi a volersi mettere nella sua pelle. E giungono per Ashima il trasferimento negli Usa, il freddo, la solitudine, il disorientamento, il primo figlio. In India si usa prima dare un soprannome al bambino per qualche anno, poi un nome definitivo, ma le esigenze amministrative portano a imporgli un nome in tutta fretta. Il padre decide per Gogol. Poi nasce Sonia, la cui personalità futura verrà indicata da uno degli oggetti posti su di un vassoio che lei sceglierà. Il salto generazionale è profondo, i figli della coppia divenuti adolescenti si sentono americani e mal si adattano a un primo viaggio in India dopo molti anni. Gogol comincia a detestare il suo nome che suona caricaturale agli occhi altrui, e assume quello di Nikhil. Diviene architetto, instaura una relazione con una bella e bionda Wasp, la cui madre è addetta ai tessuti del Moma. Sonia va in California, e i genitori, smarriti da questa distanza fisica ed emotiva con i figli a cui non sono abituati, restano soli. Fino al giorno in cui Ashok, trasferitosi a Cleveland per un semestre di insegnamento, non muore improvvisamente per un infarto, e a Gogol, nei dintorni a passare le vacanze con Maxine, tocca andare a riconoscerlo. La scena in cui Gogol entra nel piccolo e freddo appartamento del padre è una delle più toccanti del film. Vedendo le sue scarpe, lo immagina nell'atto di infilarle. Entra nella stanza da letto e trova ancora l'impronta fresca del corpo del padre sul lenzuolo, le coperte scostate. Questo evento lo porta a riavvicinarsi alle sue origini, e a caricarsi del compito di assumere il lutto e andare a celebrare il funerale di Ashok in India. Le incomprensioni con Maxine, per la quale il rapporto di coppia è centrale e che non comprende il bisogno di Gogol di vicinanza con la famiglia, portano a rompere il rapporto. Gogol finirà per sposare Moushumi, preferita dalla madre, ma non è così semplice tornare alle tradizioni di famiglia. Moushumi, che ha avuto un'intensa esperienza di vita in Francia, si rivelerà insofferente al legame, terrorizzata dall'idea di vivere in un mondo cintato e limitato, e riallaccerà una storia con un amante francese. Gogol, ritornato libero, comincerà a esplorare se stesso attraverso il viaggio, riconducendosi in questo modo all'eredità simbolica consegnatagli dal padre, che scampato ad un disastroso incidente ferroviario aveva deciso di conoscere nuovi mondi. Il personaggio più bello è la delicata Ashima, che esprime i suoi sentimenti senza mai dirli, che deve tessere difficili connessioni tra ciò che ha alle spalle e ciò che affronta negli Stati Uniti, far fronte alla solitudine. Anche il suo nome, che significa "senza limiti", è una metafora del suo percorso di vita. Deciderà di vivere metà dell'anno presso i figli in America (Sonia ha sposato un americano) e metà in India, dove riprenderà a cantare.
L'ultima inquadratura la mostra in India mentre intona una melodia acuta e toccante, i capelli sciolti e il volto sereno. Mira Nair è riuscita a rendere nel film, che ai miei occhi è il suo più bello, complesso e riuscito, la pacatezza, la delicatezza e la discrezione dello stile narrativo di Jumpa Lahiri. E non a caso è proprio la finezza della storia a dare corpo al film. Che va visto con il sonoro originale, un continuo switching tra hindi e l'inglese indiano dalla pronuncia nasale. La metafora sottesa al film, quella della vita come viaggio iniziatico, mediazione tra mondi, oltrepassamento dei confini, e viaggio reale che apporta ricompense meritevoli dei sacrifici sostenuti, è trasmutata in vite complesse e non facili, ma che portano a vivere in spazi s-confinati.

venerdì 9 marzo 2007

a marzo spuntano i film

A marzo Milano si ammanta di film. Uno dei rari pregi di questa città è l'ottima qualità delle programmazioni delle sue cineteche, a cui si aggiunge quella del Centre culturel Français, concepita dall'ottimo Cesare Vergati. Per cui nelle prossime settimane sono previste indigestioni cinematografiche di film veramente difficili da vedere altrimenti. A partire da ieri ho cominciato a recuperare quel che potevo del festival Sguardi altrove, cinema fatto da donne e organizzato da un'associazione con il medesimo nome. Sono andata a vedere "Hope and a little sugar" di Tanuja Chandra, che era anche presente lì, un'aria da persona normale, a dialogare con il pubblico, una cosa che mi piace tanto.
Tanuja Chandra ha trasferito una Bollywood in formato ridotto a New York. Il film dura solo due ore e invece che i classici siparietti di canzoni ce ne sono solo alcuni, piacevolissimi, di banghra. Il conflitto religioso indiano è trasportato a New York, all'ombra dell'undici settembre. Protagonisti sono il giovane fotografo musulmano 'Ali Sadiqi (cognome rassicurante, che, guarda caso, significa amico mio. Diki diki, anti sadiqi, recita una canzoncina tunisina che ho mandato a memoria) e una famiglia di sikh, composta dal patriarcale e imponente colonnello Oberoi, con in testa il classico turbante, il figlio Harry, capello lungo ma niente turbante (e niente male, anche), e la bella Saloni, che si è aperta un negozio di dolci squisiti, pieno di colori e di fiori, che è una metafora della sua stessa personalità. Ali, che da piccolo ha vissuto la violenza degli scontri religiosi, riesce ad entrare in amicizia intima con questa famiglia, ma un brutto giorno dal suo loft può vedere l'impatto degli aerei sulle Twin Towers, là dove lavorava Harry, proprio all'ottantacinquesimo piano, dove l'aereo ha avuto l'impatto. Cela va sans dire, chi erano le persone veramente colpite quel giorno, tutti Wasp? La violenza è cieca e non guarda dove colpisce. Segue il terribile periodo della confusione e del lutto, con il padre che non vuole accettare la verità della scomparsa del figlio, il cui corpo non si ritrova, e comincia a odiare 'Ali il cui rapporto con Saloni si fa sempre più stretto, a partire da un'attrazione repressa quando il marito era ancora vivo. E' resa molto bene la dinamica dell'odio che nasce da passati conflitti vissuti in condizioni da vittima. La violenza del colonnello risveglia quella di 'Ali, che da piccolo, come si vede in un flashback molto ben riuscito che appare parzialmente all'inizio del film e si svela del tutto solo alla fine, aveva perso il fratellino proprio in uno scontro interreligioso. Tutto sembra avviarsi verso un confronto tragico, quando 'Ali e il colonnello si armano entrambi per scontrarsi, ma caso vuole che quest'ultimo venga assalito e pesantemente malmenato da un drappello di razzisti bianchi, mentre il primo decide di rigettare una violenza che non vuole gli appartenga. Il film finisce a tarallucci e vino con riappacificazione generale, genitori di Harry che ritornano in India, Saloni e 'Ali che formano una bella coppia al di là di ogni pregiudizio. Molto diplomaticamente gli induisti non sono proprio chiamati in causa da questa storia, che è un gradevole polpettone che ci ricorda anche di quante componenti diverse sia fatta l'America di oggi e ha il pregio di mostrarcene alcune. Persone il cui linguaggio slitta continuamente tra inglese e hindi, che vestono all'Occidentale e in sari e salwar kameez. Non so perché, ma i polpettoni indiani, scritti e visivi li adoro, forse perché rappresentano la postmodernità in modo semplice e allo stesso tempo nella complessità delle sue articolazioni, se le si sa cogliere. Film riuscito perché coniuga una buona sceneggiatura di tipo americano a una storia indiana, mi suggerisce qualcuno da un'altra stanza.

sabato 3 marzo 2007

Voglio una vita ozpetekiana

E venne anche per me il momento di andare a vedere "Saturno contro". Se le "Fate ignoranti" costituiva una sorta di vellutato guanto, lanciato in modo molto delicato, contro il modello borghese di coppia eterosessuale come ideale normativo sociale, mostrando che c'era tutto un altro mondo nascosto e brulicante, ed era attraverso gli occhi di Margherita Buy che lo spettatore lo scopriva, mi piace che in "Saturno contro" il gruppo di amici costituito da persone di tendenze sessuali diverse venga oramai taken for granted. A parte il fatto che il film è visivamente bello e che ci sono delle magnifiche cucine oltre che Stefano Accorsi, mi piace l'incastrarsi di diversi mondi tra loro, incontri che non sono mai scontri tra persone pur diverse, ma reciproche aperture e coinvolgimenti e accettazioni e fertili innesti. E il lutto è il lutto ovunque e comunque, fenomeno universale che è cosa buona e giusta saperlo raccontare coinvolgendo catarticamente gli spettatori.
Forse i dialoghi non saranno sempre realistici, ma sono icastici e surreali, dicono tanto e li amo molto, l'invenzione linguistica è altrettanto buona e santa della ricerca di una resa realistica. Mi rivedrò il film per segnarmi alcune battute che ho amato particolarmente ma non ho avuto il tempo di mandare a memoria. Mi piace quando Ennio Fantastichini parla con la svampita matrigna di Lorenzo che gli chiede: "E' anche lei uno di quelli, cioé, un gay?" No, risponde lui, ah, fa eco lei. "Sono un frocio, sono all'antica", conclude Fantastichini. Che poi qualcuno ha commentato che Fantastichini non impersonerebbe abbastanza bene un gay, perché, un gay com'è, ha segni di riconoscimento speciale? Il film solleva anche il problema delle coppie di fatto, uno scandalo per quanto mi riguarda, che rende di fatto inattuata l'eguaglianza dei diritti di cittadinanza. E rimanda al problema doloroso dei rapporti tra figli gay e genitori che vivono la situazione come un'onta sociale e personale.
Su un'unica cosa non sono d'accordo, sul fatto che gli amici rappresentino uno zoccolo duro sempre rassicurante proprio per il suo essere sempre uguale, come la frase che apre e chiude il film afferma. Essere amici è vedersi e raccontarsi e sostenersi nel proprio reciproco divenire. Cosa che d'altra parte i personaggi fanno nel film. Caso ha voluto che ad andare a vedere questo film fossimo in tre coppie, ognuna diversa dall'altra per composizione. Tutti abbiamo concordato che se il film è bello è merito dell'ottima direzione del regista più che dei contributi dei singoli attori.
Per la cronaca, qualche anno fa ho cominciato a sentire come un limite il fatto di frequentare solo eterosessuali, mi sembrava non corrispondesse al mondo reale in cui vivevo. Poi le cose si sono modificate, un po' per i casi della vita, un po' perché me le sono cercate. Sabato scorso ero in un locale milanese frequentato soprattutto da donne, l'indomani ad intervistare una famiglia egiziana che vive in uno degli appartamenti messi a disposizione da una chiesa. Attraversare mondi, e connettere, semplicemente connettere, come dice Margaret in Casa Howard di Edward Morgan Forster. Eppure troppo spesso ancora i mondi sono separati, e c'é bisogno di creare ponti e frontiere. Saturno contro può essere uno di questi.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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