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venerdì 8 giugno 2007

murale, jadaryia

















Ecco il tuo nome,
disse una donna, e scomparve nel cunicolo sinuoso...

(Hadha hua ismuka
qalt imratun
u ghabat fi -l marra al-lulbyya
)

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l'ala di una colomba bianca mi porta
a un'altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.

(Ara al-masa' hunaka fi mutanauali al-aidi
u ihmluna jnahu hmama bi sa'an
sauba tufula ukhra ulman ahlum ba'ni
kuntu ahlumu. Kullu shay' uaqa'i
)

So che abbandono me stesso...
e m'involo. Sarò ciò che diventerò
nell'ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell'assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo è apparso per dirmi:
"Che cos'hai fatto, laggiù, sulla terra?".


E non ho udito l'esultanza dei giusti,
né il lamento dei peccatori. Sono solo, nel biancore,
solo...
Nulla mi addolora sulla soglia della resurrezione,
non il tempo né i sentimenti.
Non sento la leggerezza delle cose né il peso dei tormenti. Non trovo a chi domandare:
Dov'è, ora, il mio dove? Dov'è la città dei morti e io, dove sono? Non c'è il nulla,
qui, nel non-qui... nel non-tempo,
e non c'è esistenza.

Come se fossi già morto prima d'ora...
So cos'è questa visione, so che
sto andando verso l'ignoto. Forse
in qualche luogo continuo a esser vivo
e so ciò che voglio...

Un giorno sarò ciò che voglio.

(sa'sir yuman ma uridu)

Un giorno sarò un'idea. Nessuna spada la porterà
alla terra desolata, nessun libro...
Come pioggia su una montagna spaccata
allo spuntare di un filo d'erba,
non vincerà la forza
né la giustizia smarrita.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò uccello, dal nulla trarrò
la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano
avvicino la verità, rinasco dalla cenere. Sono il dialogo
dei sognatori, ho rinunciato al corpo e a me stesso
per completare il primo viaggio verso
il significato, che mi ha bruciato dileguandosi.
Sono l'assenza. Sono il celeste
fuggiasco.

Un giorno sarò ciò che voglio.

(Mahmoud Darwish, Murale, epoché, pp. 9-11, trad. Fawzi ad-Delmi. foto, Mahdyia, Tunisia, agosto 2006. I versi saranno gradualmente affiancati dalla versione originale traslitterata, per il piacere del suono)

mercoledì 6 giugno 2007

leggo Bhabha che legge Adrienne Rich

"The poet Adrienne Rich explores the kernel and substance of global minorities in Atlas of the difficult world (1991), one of the most striking poems dealing with the contemporary cosmopolitical world. Rich takes a global measure - a measure that is both moral and poetic - by decentering the place from which she speaks, and the location in which she lives. There is no ventriloquism or victimage here; non consensual cartography. Rich's resistance to such facile forms of identification and resolution comes from the relentless, repetitive power of her verse to reveal the profound "unsatisfaction" that dwells in our "shared" history of human civilization and barbarism. Anxiety links us to the memory of the past while we struggle to choose a path through the ambiguous history of the present. Such a restless apprehension about who one is - as an individual, a group or a community - and the complexities of forming a global perspective, are beautifully evoked in these few lines:



Memory says, want to do it right? Don't count on me...
I'm a canal in Europe where bodies are floating
I'm a mass grave I'm the life that returns
I'm a table set with room for the Stranger
I'm a field with corners left for the landless
I'm a man-child praising God he's a Man,
I'm a woman who sells for a boat ticket.
(...)
I'm an immigrant tailor who says A coat
Is not a piece of cloth only
..........................................
I've dreamed of Zion I've dreamed of world revolution
I'm a corpse dredged from a canal in Berlin
A river in Mississippi. I am a woman standing
I am standing here in your poem: Unsatisfied.


The insistent repetition of the phrase - "I'm a/I'm a... I'm - as in some bleak counting song of a monstrous child of our times, finds itself both implicated in the traumatic events of global histories - slavery, war, migration, diaspora, peasant ribellions, revolution - and yet unsatisfied in its attempt to imagine how might stage a relationship to a world rendered restless by its transhistorical memories. Each line contains its own encrypted narrative: Rosa Luxenbourg may be the corpse dredged from the Landswehr canal in Berlin; the civil rights moment of the American South is invoked in the burning Mississippi. Rich struggles to find a way of establishing a narrative of human interest, in the sense that Arendt gives to the term: an exploration of what lies in-between (inter-est) these distinct, even disjunct moments that allow them to become affiliated with one another in the spirit of a "right to difference in equality". The repeated phrase - I am - a table... a field ... a man-child... a woman ... an immigrant"- does not seek to establish the sovereignty of a "representative" world-subject who can speak for all peoples.
In keeping with the spirit of the "right to narrate" as a means to achieving our own national or communal identity in a global world, demands that we revise our sense of symbolic citizenship, our myths or belonging, by identifying ourselves with the "starting-points" of other national and international histories and geographies, It is by placing herself at the intersections (and in the interstices) of these narratives that Rich emphasizes the importance of historical and cultural re-visioning: the process of being subject to, or the subject of, a particular history "of one's own" - a local history - leaves the poet unsatisfied and anxious about who she is, or what her community can be, in the larger flow of a transnational history. (...)
Citizenship as "standing" is testimony to her insistence that as active citizens we must vigilantly guard against the state's strategies of exclusion and discrimination in the midst of its promises of formal equality and procedural democracy".

I am a woman standing here, unsatisfied.

(Homi Bhabha, The location of culture, Routledge, New York, 1996: xix-xxi; foto: "Mappamondo" da Luna-Pac di Luigi Serafini, fino al 17 giugno al Pac di Milano).

giovedì 31 maggio 2007

partir, dahaba




















Ho trovato Partir di Tahar ben Jelloun in edizione Folio Gallimard, alla libreria Millefeuilles di La Marsa, dove il proprietario, quando entra un non tunisino, conversa con i suoi visitatori solo in francese, automatismo culturale delle persone beneducate. L'ho comprato, insieme ad un suo libro di poesie, La remonte des cendres (Cérés),con traduzione in arabo a fronte, Sa'dan ar-ramad, di un poeta iracheno, Karin Jihad, e disegni alla china di un altro iracheno, Azzawi Harrouda. Ho comprato anche La pensée islamique contemporaine, di Alain Roussillon (Cérés), e Quartier Lacan di Alain Didier-Weill (Champs Flammarion), sul Lacan psicoanalista.
Ho voluto cominciare a leggere Partir mentre aspettavo, seduta, che la fila all'imbarco del volo per l'Italia si assottigliasse.
Il libro inizia con un piccolo racconto. Mon ami camerounais Flaubert dit "j'arrive" pour partir et "nous sommes ensemble" quand'il quitte quelqu'un. Une façon de conjurer le sort. Quando si è legati a più luoghi, si è sempre condannati a patire lo struggimento per un'assenza.
Al convegno al quale ho partecipato c'erano persone che hanno deciso di investire curiosità e voglia di conoscenza nell'investigazione della vita di persone che hanno lasciato un luogo per un altro. Si è parlato tra l'altro degli harraga, da har, piccante, bruciante, che si dice del peperone verde, il felfel akhdar, e dell' harissa. Sono i migranti che "bruciano" le frontiere e i loro documenti, in una visione mitologica della figura del clandestino.
Molte delle persone convenute lì erano persone di frontiera. Francesi che parlano catalano, marocchini la cui famiglia è sparsa su più continenti, e i cui figli parlano lingue diverse, una tunisina nata in Francia e che studia in Germania, un'italiana che ha deciso di vivere in Tunisia e fa ricerca sui corsi di formazione per aspiranti migranti, e mediazione culturale per le imprese. Un francese che anche lui si occupa delle stesse cose, ma per un'agenzia statale, e ha l'aria di chi se la passa proprio bene.
Al convegno l'etichettatura di "immigrati" è stata contestata, e si è sostenuto che bisogna sempre più pensare a un mondo di persone in dislocazione. Le persone intervistate da me, come ho riferito nella mia relazione, stanno ponendo le basi per un graduale, minuto sovvertimento delle classificazioni sociali. Persone che vogliono essere considerate innanzitutto esseri umani, persone che hanno voglia di espandere le proprie categorie mentali, di arricchirsi di cognizioni, savoir faire e relazioni nuovi. Persone che traducono culture, gettando ponti tra di esse, costruendo spazi di convivenza.

giovedì 24 maggio 2007

entropia vs ordine

Certi giorni il carico delle cose che si sovrappongono è arduo da smaltire. Arriva un tipo che telefona per mettersi a inveire contro qualcuno che sembra non lo abbia pagato, e io non riesco a sentire quello che mi racconta un ragazzo dagli ampi occhi verdi un po' vacui, cose confuse di genitori morti, certificato d'invalidità e documenti lasciati in casa, zii che non lo fanno rientrare, e sta lì a parlare di una sua malattia, a chiederti di aiutarti a trovare un posto per dormire, a cercare di manipolarti mettendo in campo disperazione e sofferenza, poi se ne va. E viene D. che alterna momenti di lucidità ad altri in cui si autodistrugge bevendo, chiede di fare una telefonata, ma ha le mani così sporche che il mio collega non glielo consente, e lui uscendo farfuglia che non ha voglia di lavarsi. Poi torna il ragazzo di prima per fare una telefonata a una donna, che poi è la madre e gli ritelefona, e da frammenti di conversazione sembra di capire che lui fugge da una famiglia probabilmente agiata, perché si sente respinto, si rifiuta di farsi curare un probabile disagio psichico, e non capisci quale delle due cose sia la causa primaria, ammesso che. Le sue parole verso la madre sono cariche di rimprovero e rancore, punisce i suoi autodistruggendosi per strada e cercando di farli sentire in colpa. Persone per cui qui non possiamo fare niente, persone che vogliono farsi del male sfuggendo a ogni tentativo di "aggancio", e quanto tempo ci vorrebbe per loro che la società e le strutture non hanno. Poi apri "Repubblica" e ci trovi un tizio che ha ficcato un cacciavite nella tempia al chirurgo che ha operato sua moglie che è morta, e se se ne va lui sono 1200 persone all'anno che non opererà più. Trovi una maestra che ha scritto la punizione sulla guancia di un bambino. Trovi Attilio Bolzoni che classifica Napoli a un passo prima dell'inferno. Meno male che il "Corriere" ha toni più pacati, e nientemeno che Gian Antonio Stella dice che anche in Campania c'è qualcuno che i rifiuti li riesce a smaltire. E ti senti dire da chi ti sta accanto che quello è un altro mondo e che sarebbe meglio dividere l'Italia, e perché dobbiamo pagare per loro, e che se te ne sei andato ti salvi perché significa che come loro non sei. E a niente serve spiegare che la camorra conviene a tutti, che è un sistema globalizzato, e allora pensi ma sì che ben vengano i Saviano se fanno capire che Napoli è solo la facciata visibile di un sistema che fa comodo a tanti, e che nessuno si potrà chiamare fuori dalle responsabilità, dal politico che ha concesso laute consulenze al cittadino che continua a buttare la spazzatura per terra, e che un sistema di inefficienza istituzionale, e di rabbia autodistruttiva, si perpetuano ancora e ancora senza requie. The boy with the thorn in his side, behind the hatred there lies, a murderous desire for love, canta Morrissey in metropolitana. This is an ordinary life, canta una morbida canzone in piscina, mentre gesti precisi e armonici del corpo ricreano un ordine. Se tutto vacilla, forse avrà un senso cercare di tenere i muscoli saldi. Perché la cura di sé non è solo un discorso disciplinante che assoggetta i corpi, ma una responsabilità che si ha nei confronti degli altri. Vorrei dirlo a Remaury, di cui sto leggendo Il gentil sesso debole e i cui primi capitoli mi stanno un po' tediando e un po' indignando per l'asfitticità e la parzialità della sua analisi, tutta teorica.
(La foto: è stata scattata in Tunisia, dove i bravi cittadini depongono ordinatamente i loro sacchettini di spazzatura per strada alle otto di sera, quando agili camionette passano a ritirarli. La fotografia, un altro modo per mettere a posto le cose).

lunedì 14 maggio 2007

Torino #1. Bloggers nella carta del mondo








Les gens d'abord. Questa fiera torinese ha costituito una occasione di incontro per persone che avevano conversato e conversano in Internet e che non si erano talora mai incontrate e che perlopiù si immaginavano diverse da com'erano. Fainberg, ad esempio, io me la immaginavo riccioluta e castana ramata, mentre lei ha i capelli fini fini e tirati indietro, lei mi immaginava bionda. Scrivana me la pensavo più minuta, e ha delle gambe lunghe e sottili. Gian Paolo Serino, instancabile recensore di Satisfiction, me lo figuravo esattamente com'é, per la foto sul sito anche perché l'avevo già incontrato. Flounder, invece, era sicura di avermi incontrata all'Orientale nonostante la ventina di anni passata da allora, e anche la sua mi sembrava una faccia conosciuta. Ho conosciuto William Nessuno regista badrillaurdiano, salutato Adriano Barone, tenutario di un blog fumettistico (ma tanto lui me lo sorbisco già a Milano), rivisto la sulfurea LaMaisa conconsorte, scambiato quattro chiacchiere con Roberto Tossani che dice che la gente meglio litigarci a distanza che da vicino è ancora più fastidiosa con i suoi corpi e odori, ascoltato Giovanni Choukhadarian, critico ipercritico, che mi manda in sollucchero quando legge poesie, che in questo caso erano di Josephine Pace, fresca e aulente poetessa siciliana in boccio, conosciuto Pole Position e Zaritmac che pure loro abitano Milano se ben mi sovvengo, conversato con Alessandra Galetta, prima autrice ad essere pubblicata da Untitl.ed, sull'esigenza di narrare l'esperienza migratoria e le storie di persone ai margini. Molti altri non li ho hélas incontrati perché ero troppo pigra per andare al Litcamp, mentre Nadezhda l'avevo vista a Milano prima di partire. Sfondo di molte di queste conversazioni interbloggheristiche, caratterizzate dal piacere di concretare in carne gli interlocutori di lunghi periodi, e da modalità dirette e confidenziali e prossime di incontro, lo stand di Untitl.ed, crocevia di incontri chiacchierate scambi, caratterizzato tra l'altro da notevole senso estetico e dal fil rouge coloristico, in senso letterale. Convinti supporters della creatura di questo trio di intrepide donne (mancava ancora lei), ci siamo armati tutti di badge Untitl.ed ed io ho deciso di propormi come ragazza-copertina visto che ero vestita in tema. Peccato non aver fotografato il delizioso abbigliamento in abbinamento rosso-ciliegia di Flounder che ho perso di vista nel vaievieni generale. Et enfin, tout se teint...
post post scriptum: un ringraziamento a Giovanni e ad Andrea Cortellessa per avermi aiutata a trovare in traduzione un termine che mi sfuggiva: lallazione.
secondo post al post: in ricordo del nostro incontro, ho regalato alla consorella nella gourmandise Fainberg uno dei portaceneri di cui ho fatto incetta al Meridien. Sopra vi è scritto "Always laugh when you can. It's a cheap medicine". Con un brindisi di rosso spumeggiante liquido questo è l'augurio che rivolgo a tutti i viandanti.e poi, di più... (espressione estorta a g.c.)

sabato 5 maggio 2007

ritratti # 2





Pur avendo notevolmente apprezzato Erwitt, sono stata però più attratta da "Faccia a faccia. Il nuovo ritratto fotografico", da una parte perché i miei personali interessi fotografici vanno attualmente in una direzione più concettuale, dall'altra perché a queste foto

soggiace una serie di complesse riflessioni sullo status del volto ai nostri giorni, da cui scaturisce una serie di immagini dal valore profondamente simbolico e contestatario. Il retroscena a cui queste foto rispondono è ben spiegato da William Ewing, direttore del Musée de l'Elysée di Losanna, che ha realizzato questa mostra appositamente per Forma. Queste foto rispondono ad altre foto, ad altre condizioni sociali e ad altre tecniche che hanno modificato profondamente il modo stesso di narrare attraverso la fotografia. Esse rispondono a volti modificati, ritoccati essi stessi in primis, per fornirci la rappresentazione di un'assenza di soucis, il contraltare di un benessere materiale e di "vite eccezionali" che consentono la soddisfazione di tutti i desideri, "un efficacissimo serbatoio mentale a cui attingere", dice Ewing (che nel frattempo mi sto chiedendo se sia parente di quel James Ewing che ho conociuto in Tunisia, caruccio e carissimo ragazzo, che tuttavia aveva vinto una prestigiosa borsa Fullbright per realizzare delle insipidissime foto architettoniche).
Oggi il compito della fotografia non è più, o piuttosto non solo, quello di mostrare "il volto del proprio tempo", ma una posizione ben precisa in quel campo di battaglia, posta in gioco di lotte, come direbbe Bourdieu, all'intersezione di scienza, tecnologia, industria, commercio, arte, politica. E così i nuovi fotografi simboleggiano il volto come maschera, lo coprono con uno specchio in modo da dimostrare come questo possa tanto nascondere quanto svelare, lo trasformano in paesaggio con sofisticati programmi di morphing, ne mostrano l'avvicendarsi attraverso il tempo costruendo filmati di pochi minuti fatti di foto auto-scattate quotidianamente nell'arco di sette anni, ne rappresentano il mistero sfocando al massimo l'immagine o giocando con rotoli di tessuto che danno l'illusione di volti. Ho apprezzato molto le foto scattate a volti di persone morte, dolcemente avvolte in bianche lenzuola, i muscoli rilassati, espressioni serene e sorridenti, anche se l'impatto è difficile da reggere. Mi sono piaciute le foto iperrealistiche di ballerine di lap dance, il volto protagonista incontrastato dell'inquadratura, così come molte altre immagini in questa mostra, spogliate dei molti riferimenti culturali del corpo, qualcuno residuo nelle capigliature, l'obiettivo impietoso ne che coglie ogni poro, quasi a volerne investigare la nuda umanità. Così anche altri ritratti di persone prese dalla strada e completamente decontestualizzate, anche nella postura di posa, in modo da ritrarne l'effetto di spiazzamento nel venir meno di ogni ancoraggio noto. Belle anche le foto mostrate sul computer dei soldati morti in Iraq, e prese dal sito del New York Times (che non ho colpevolmente appuntato) in sequenza rapidissima, scomposte in quadratini, quasi a voler ricordare il nesso tra la loro morte e la tecnologia. E poi particolarmente apprezzabili sono i ritratti un po' warholiani di personaggi come Schwarzenegger o Michael Jackson, con spiazzanti inversioni del soma. E le foto iperrealistiche e quasi tridimensionali di Bush, Chirac, Blair, le guace rubizze, i colori violenti, gli occhi gonfi di pianto aggiunto dal fotografo, una specie di ritratto di Dorian Gray, in un certo senso, che mostra le conseguenze del loro disumano agire. Dimenticavo le foto scattate ai travestiti thailandesi, costruzioni così minuziose, con il loro fondotinta, le sopracciglia depilate, le labbra nettamente definite dal trucco, che non capisci se risponda più ad esegeze dei clienti o a un modo di voler costruire la propria identità. Ora vediamo queste immagini come strettamente aderenti al presente, ma anche loro ne costituiscono un documento e ne saranno traccia. Ecco, queste foto mi sono piaciute proprio. Ma non ho preso appunti e la mia Nikon è troppo ingombrante per scattare furtive foto clandestine. Per cui ho rimediato comprando un gioiellino Nokia adatto all'uopo (che canta con voce melodiosa e pura e fa tutto tranne il massaggio thailandese al risveglio), ringraziando in cuor mio il ladro che mi ha spinta a tale acquisto. Quindi tornerò a rifare i miei diligenti compitini quando torno per vedermi le foto di "Genesi" di Salgado. Le didascalie mi è stato impossibile aggiungerle, Iskander è in tilt e sto scrivendo con un Mac G3 che è una vera schiuvazione. Ah, anche questa mostra dura fino al 17 giugno. Chi volesse mostrarmi la sua riconoscenza per cotali pregiate informazioni può chiedere a scelta il mio numero di conto corrente per munifiche donazioni in denaro che spenderò in libri, dvd di Internazionale o di e-mik, vestiti in lino e seta o dischi del Cantar Lontano. Oppure il mio indirizzo per consegnare mozzarelle di bufala, cassate siciliane o anche cannoli, vini passiti siciliani, cioccolata modicana, pesti al pistacchio, marmellata di bergamotto o ficodindia, mostarde mantovane, bottarga intera, ceramica raku anche autoprodotta, anellini da piede e cavigliere da khatakhali. Gradito anche caviale iraniano e come ultima ratio pregiatissimi mp3 quasi introvabili soprattutto arabi e rap francese e frutti di bosco colti a mano. Il dono è bello quando é gratuito, ma la reciprocità non è sgradita. Buon weekend...

mercoledì 2 maggio 2007

ritratti # 1







Ieri sono andata a vedere due mostre fotografiche al Forma, la galleria di Contrasto che ha aperto da non molto tempo a Milano, a Piazza Tito Lucrezio Caro, un piccolo quadrato raccolto e quieto impreziosito da un crocchio centrale di alberi centenari e frondosi, cosa rara a incontrarsi. Sembra una sorta di immersione in un tempo altro, anche a causa della presenza di un vecchio deposito Atm, una cui parte ospita proprio il Forma, e poi di rigattieri e negozi che vendono oggetti rari e desueti. Si respira un altro ritmo, rallentato, propizio dunque alla concentrazione richiesta dalla visita a una mostra fotografica, che spesso, quasi sempre, è immersione in un tempo e nei suoi ritmi.
La prima mostra che ho visitato era una personale di Elliott Erwitt, "Io e gli altri", una galleria di autoritratti e ritratti altrui intelligentemente pensata in contrasto concettuale con l'altra, "Faccia a faccia", stavolta una collettiva (e oggetto del prossimo post). Entrambe saranno visitabili fino al 17 giugno.
Mi è venuto da pensare questo vedendo la mostra, prevalentemente composta di ritratti di personaggi entrati nella storia. Oltre alle foto carpite dalla cartella stampa, vi erano ritratti di Marlene Dietrich, Jaqueline Kennedy in gramaglie da vedova, John Kennedy nella sua stanza ovale, Fidel Castro, Che Guevara, Marlon Brando sul set di "Fronte del porto", il laido Henry Kissinger. La foto che più mi ha incantata è quella di Simone de Beauvoir, vestita di scuro, volto dal taglio preciso e dall'espressione sobria, austera, intenta, ma presente, circondata da alcuni oggetti poggiati su di un tavolino su cui poneva la mano, l'altra in grembo, alla sua destra una balaustra di una scala in legno. I capelli, tesi e legati indietro. Un ritratto che a me dava l'idea della temperie interiore che può animare una mente che pensa intellettualmente, nel senso dell'impegno del pensiero in funzione collettiva.
Quasi tutte le foto sono documenti storici. E documenti sociali, anche quando ritraggono sconosciuti, ma la località in cui sono scattate, i dettagli sullo sfondo, ne rivelano il posizionamento sociale.
E' sempre sorprendente vedere in volto lo sguardo di chi è dietro la macchina fotografica. Elliott Erwitt, classe 1928, è nato a Parigi con il nome di Elio Romano, e ha passato la sua infanzia a Milano, per poi andare a New York, indi a Los Angeles, infine di nuovo a New York, dove l'incontro con Robert Capa ha segnato la sua vita, come quella di altri fotografi Magnum. Aria scanzonata da giovane, gran massa di capelli a spazzola ritti in testa, l'aria di chi non prende troppo sul serio né se stesso né gli altri, oggi Elliott Erwitt ha l'aria quieta di un anziano signore qualsiasi in pensione, grossi occhiali dalla montatura metallica, se non fosse per quel sorrisino e quel brillìo quasi impercepibile nello sguardo. I ritratti e autoritratti di Erwitt sono quasi sempre con buffi parrucconi, quasi che non volesse farsi troppo sacralizzare. Erwitt é consapevole che la foto è un furto, che infastidisce le persone, e allora ruba rapidamente, in modo che i suoi soggetti non se ne accorgano. Portare le vite degli altri in pubblico è sempre una questione delicata, ma vi è chi agisce spinto dall'insopprimibile esigenza di farlo. Un atto rispettoso/irrispettoso di sottrazione consapevole e sovente contrita è il tributo pagato da chi agisce ed è agito dall'impulso di raccontare le vite degli altri.

domenica 29 aprile 2007

mucche d'autore










giovedì 15 marzo 2007

Natura morta

Se il nostro occhio è troppo condizionato da una pre-visione di un luogo che pre-vede immagini tipiche o salienti che sono considerate un po' come l' "essenza" del luogo, quello che vi è di più "originale", il rischio è che l'occhio sia troppo selettivo e non colga immagini significative. Si ripetono così in un eterno circolo vizioso gli stessi tipi di immagine senza scoprire nulla di nuovo. L'occhio si deve dunque allontanare da ciò che è noto e scontato per guardare altrove, negli aspetti apparentemente più umili e misconosciuti. Così si può riconoscere al luogo una sorta di universalità estetica, rifiutandosi di categorizzarlo e cogliendo immagini che potrebbero essere ovunque. Eppure queste immagini parlano di qualcosa. Ancora una volta parlano di una cultura materiale, di modi di disporre gli oggetti, di slittamento dei confini tra ordine e disordine. Nel fare alcune fotografie, che poi questo mio intento sia riuscito e meno non lo so, ho cercato di ritagliare forme dal colore, mettendo questo al primo posto. Credo che una mia fonte di ispirazione sia stata Le storie di Matisse di Antonia Byatt. Ho cercato di rendere in colore quanto lei evocava con parole.

mercoledì 28 febbraio 2007

Nave - Safina

martedì 20 febbraio 2007

cultura materiale #2

Mi piace fotografare i panni stesi ad asciugare, ricchi indici di abitudini vestimentarie e culturali, tra eredità tradizionali e influenza occidentale, ma anche di concezioni e usi del corpo. Mi piace la tecnica dello stendere i panni, una semplice corda tra un finestrino e la parete, che crea nella medina di Mahdiya tanti quadri variopinti e diversi che si stagliano sul bianco accecante delle pareti. Ho una strana passione per i contatori, ognuno dei quali mi sembra fornisca un'impronta identitaria alla casa o all'edificio cui appartiene.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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