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sabato 21 luglio 2007

Una conclusione Amara

Di solito a me, i libri, mi piace leggerli ad almeno un anno dalla loro uscita, quando luci e clamori non ci sono più, per affrontare un testo a mente sgombera da altre parole, che ne filtrino la lettura. Così è stato per Amara Lakhous, scrittore algerino, dottorando in antropologia almeno all'epoca della pubblicazione del suo libro, che parla un italiano pressoché perfetto. A Torino ho comprato il suo "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" (e/o). Perché volevo capire cosa ne fa un antropologo dei suoi strumenti cognitivi quando scrive un romanzo. E l'ho capito, lentamente, sorprendendomi per l'abilità di depistaggio dello scrittore, per la complessità del testo che si sfoglia capitolo dopo capitolo, strato dopo strato, rivelandosi solo alla fine nella sua pregnanza.
Ora, Lakhous ha vinto un premio Flaiano per questo libro, che è stato molto pubblicizzato come "gaddiano", per il linguaggio e per la cornice polifonica. E io mi chiedo, definire come gaddiano questo libro ci dice qualcosa, tutto su di esso, ci aiuta a comprenderne la specificità, oppure c'è bisogno di altri strumenti, che non siano meramente quelli dell'analisi letteraria, per trarne fuori, comprenderne e comunicarne, la specificità? In effetti, io di linguaggio gaddiano ne ho trovato poco. Poche e scarne parole o espressioni in dialetto, niente a vedere con l'invenzione letteraria di una lingua, anche se per certi versi la struttura del testo, la resa dei personaggi rimandano al Gadda del "Pasticciaccio"
Quello che trovo peculiare di questo romanzo è il suo girare attorno ad una questione focale, avvicinandosi al nucleo come per cerchi concentrici, e allo stesso tempo scendendo in profondità, dalle apparenze superficiali a ciò che di più sepolto vi è nel protagonista, Amedeo. Scoperta che procede di pari passo con la mutazione del registro linguistico, da umoristico a drammatico.
Fin dall'inizio sappiamo che un tale chiamato Amedeo è accusato di omicidio. Ci ragiona su tutta una galleria di condomini che conosce Amedeo, e che tira in ballo al tempo stesso una serie di stereotipi sull'altro e alcuni lampi illuminanti sulla sua storia personale. L'iraniano Parvez, rifugiato, alcoolizzato, che odia la pizza e la pasta, che a suo dire fa ingrassare, e la cui mente va con orgoglio al natìo riso, filo che lo lega strettamente alle sue origini. L'impicciona portiera napoletana Benedetta, piena di stereotipi nei confronti degli stranieri, e devo dire che mi piace che sia una napoletana ad essere razzista, perché sono piuttosto avversa allo stereotipo positivo, quasi da buon selvaggio, del napoletano sempre accogliente e ospitale. Per Benedetta l'assassino è un immigrato. E tutti gli immigrati si confondono in un calderone. Parvez è per lei albanese, mangia gatti e cani, forse il colpevole è proprio lui.
Com'è l'Amedeo che esce fuori dalle descrizioni dei personaggi del condominio? Parla perfettamente l'italiano, senza accento. E' sempre gentile con la portiera, altruista e servizievole con gli altri immigrati, non fa domande inopportune e grossolane sull'Islam. Non si è mai lamentato del cane Valentino, per il quale Elisabetta nutriva un amore morboso, e che è stato barbaramente ucciso da ignoti. E' italiano, sposato con un'italiana,insomma, e non un immigrato, quindi un potenziale criminale. E' l'inquilino migliore del condominio, quello che non parla mai male di nessuno, prova compassione e comprensione per i problemi di tutti. E' un lavoratore, il che lo distingue agli occhi di Antonio Marini, condomino settentrionale, da quei fannulloni che sono gli immigrati, e che comportano in tutto e per tutto come i meridionali. Ama cornetto e cappuccino. E poi, conosce la storia romana, in particolare quella dell'Africa romana, Sant'Agostino e il Vangelo. E qui, la vostra antropologa è caduta in una madornale svista, esclamando vittoriosamente dentro di sé "è tunisino!" e gongolando perché convinta di essere tra le poche che a questo punto capivano l'identità di Amedeo. Perché Sant'Agostino è patrimonializzato dai tunisini, che vi stanno dedicando ultimamente molti studi, e lo menzionano nelle guide turistiche come figlio del paese, a causa del suo lungo soggiorno a Cartagine. La mia convinzione si è rafforzata quando ho letto il riferimento di Amedeo a Giugurta, definito "il nostro grande guerriero", dal momento che in Tunisia si trova il luogo dove il re numida fu sconfitto. I capitoli in cui Amedeo parla in prima persona, esprimendo in un lungo ululato tutto il suo smarrimento di fronte alle situazioni problematiche degli altri, si alternano ai racconti dei condomini. Qui, nell'introduzione della memoria storica, avviene una svolta. Si comincia a conoscere qualcosa dell'identità di Amedeo, che consiste nel suo possesso e nella sua interpretazione di una parte di storia antica, comune agli italiani, ma speculare, perché per lui i romani sono stati dei traditori, che hanno fiaccato Giugurta tenendolo a digiuno di acqua e cibo prima di esporlo al Colosseo. Mi sbagliavo. Perché Sant'Agostino è nato vicino ad Annaba, città algerina di confine rispetto alla Tunisia, e anche il territorio di Giugurta si trovava tra i due paesi.
E in effetti, dopo un po' veniamo a sapere che Amedeo si chiama in realtà Ahmed. Ma in realtà a nessuno interessa addentrarsi nel suo passato e nelle sue origini, nemmeno alla moglie Stefania, per la quale Amedeo è il presente, qualcuno per lei, che si è assimilato per lei, e il resto non la riguarda. Ma questa relazione si fonda, paradossalmente, su un tragico equivoco di tipo orientalista, nel quale Amedeo viene confuso con Rodolfo Valentino, con romantici stereotipi desertici, "misterioso come il Sahara". Una porzione di Oriente inconoscibile, tra stereotipi e assimilazione/fagocitamento. E in fondo, anche Amedeo vuole prendere le distanze dal passato, che si rifà presente nei suoi incubi, e appare dolorosamente solo alla fine, nel racconto del suo amico Abdallah. Il passato di Ahmed si chiama Bàgia, la sua fidanzata algerina, uccisa dai terroristi. Risiede nella nostalgia per il Ramadan, la voce del muezzin, il cuscus, la zlabia, la harira, la voce materna.Amara Lakhous "sfoglia" così, strato dopo strato, l'identità di Ahmed, la cui parte araba non è certo il fondamento roccioso, poiché Ahmed dimostra di poter assimilare altri elementi, arricchendoli, traducendo, attraversando frontiere come un contrabbandiere di beni, e tuttavia è una parte imprescindibile di lui, costitutiva del suo passato, che in fondo a nessuno interessa.E che resta passato che non passa, spada che lo trapassa.
E poi, viene fuori che l'assassina del Gladiatore, vero romano de Roma, era la padrona del cagnolino. Perché, in mezzo a tutti gli immigrati del palazzo, sapiente perfidia dell'autore, era lui quello che pisciava nell'ascensore del condominio, metafora di uno spazio condiviso, stuprando la badante boliviana scambiata per filippina, organizzando combattimenti clandestini di cani.
E io mi sono pentita, di non aver letto prima il libro di Amara Lakhous, variante di 'Umar, Omar, Amor, per poter discutere con lui a Torino di quest'abile storia che prende garbatamente in giro il lettore, rovesciando lo sguardo, prendendo ad oggetto in modo ironico noi, gli italiani. Ma chissà, un giorno forse capiterà. Chi ha letto il suo libro saprà che alla fine c'è la sua mail, amaralakhous@yahoo.it, che mi sembra un gran segno di disponibilità.

lunedì 11 giugno 2007

Non aprite quella copertina

Fra traduzioni sulle modalità sensoriali della comunicazione e minuziosi tentativi di ricomporre e ritagliare frastagliati concetti come ibridazione culturale e cosmopolitismo sul profilo scaturente da racconti di persone, esperienze in corpore, il mio cervello la sera ha l'aspetto metaforico di uno stanzino stipato di roba alla bell'e meglio, tanto da non potercene mettere più se si vuol chiudere la porta senza che tutto crolli. Prendo Derrida o Warhol in mano, mastico a fatica una frase ripercorrendola quattro volte, poi desisto. E allora mi dico, sarà il caso di far letture più leggere la sera, e dò un'occhiata a Lily la tigre di Alona Kimhi, autrice israeliana il cui libro da noi ha ottenuto (e quando mai no?) nuemerosi apprezzamenti. L'incipit rischia di aggravare l'indigestione da cena armena, procurandomi una congestione, tuttavia mi sforzo di leggere ALMENO una pagina. Ne traggo un florilegio.
Incipit: Sfilo il tappo dal collo della boccetta di cristallo e ne verso il contenuto dentro la vasca che si va lentamente riempiendo.
Secondo capoverso: Adesso il profumo. La precisione nel dosaggio dei componenti è il segreto della perfezione globale. Una a una verso le fialette nere degli oli essenziali.
Terzo capoverso: Nessuno riuscirà mai a convincermi che un bagno con la schiuma sia un semplice trattamento cosmetico. Piuttosto, è un rituale pagano, fatto per rammentare alla donna che ogni abluzione è un ritorno alla schiuma primordiale da cui è nata la Venere che è dentro di lei. Per questo verso il prezioso gel Guerlain senza levare gli occhi dal getto borbottante, finché tutta la vasca è ricoperta da un ricamo di precoce cielo primaverile, soffici nuvole squarciate da nastri viola.
Sarà pure ironico, ma questo non lo rende meno sciatto. Un incipit così lo condanna ad esecuzione immediata senza possibilità di ricorso. Lo butto sdegnata ai piedi del letto, meditando di sbarazzarmene quanto prima bookrossandolo al primo malcapitato, e mentre mi riprendo con una strisciata di Warhol mi riprometto di non usare mai un bagnoschiuma viola. Non si intona alle piastrelle del bagno, e poi non cambierei per niente al mondo la mia verdeggiante verbena tunisina. Clic. Dissolvenza. Sogno nostalgici canti armeni alla tastiera elettrica e danze gioiose che ricostituiscono patrie in improvvisati carrefours.

domenica 10 giugno 2007

murale, 2

















(...)Ogni volta che ho cercato me stesso ho trovato gli altri
Ogni volta che li ho cercati, in loro non ho trovato
che me stesso straniero.
che io sia il singolo moltitudine?


(u kulluma fttashtu an nafsi u jadtu al akhrin
u kulluma fttashtu anhum lam ajd fihum
sua nafsi ar ghiba
hal ana al fardu al hushudu?)


E sono lo straniero. Stanco della via Lattea
verso l'amata, stanco delle mie qualità.
la forma si stringe. La parola s'allarga.
e io trascendo i bisogni della mia parola.

(U ana ar ghibu. Ta'bitu min darb al halib
ila al habib, ta'bitu min sfati.
Ysiqu ash shklu. Yatasa'u al kalam.
Afidhu 'an hajat mafardti)


Mi guardo negli specchi:
sono io, quello?
Recito bene il mio ruolo nell'ultimo atto?
Ho letto il copione prima di questa messinscena
o me l'hanno imposto?
Sono l'attore
o la vittima che ha cambiato versione
per vivere nel postmoderno
dopo che l'autore ha abbandonato il testo
e attori e pubblico se ne sono andati?

(Afidhu 'an hajat mafridni.
hal ana hua?
hal u'ddai jaddudan dauri min al fasl al akhir?
u hal qra'tu al masrhyiat qbel hada al 'ardh
am furdhat 'allia?
u hal ana hua min yu'ddai ad daura
am anna adhyia ghayyart aqualha
li taysh ma ba'd al hadatha, ba'dma
anharafa al mu'llfu 'an siaq an nassa
u ansrafa al mumatthlu u ash hudu
u andhuru?)


(Murale, Mahmoud Darwish, epoché, pp. 21/23. Foto, Mahdyia, agosto 2006)

n.b ad Delmi traduce al habib, l'amato, con l'amata, (??).

venerdì 8 giugno 2007

murale, jadaryia

















Ecco il tuo nome,
disse una donna, e scomparve nel cunicolo sinuoso...

(Hadha hua ismuka
qalt imratun
u ghabat fi -l marra al-lulbyya
)

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l'ala di una colomba bianca mi porta
a un'altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.

(Ara al-masa' hunaka fi mutanauali al-aidi
u ihmluna jnahu hmama bi sa'an
sauba tufula ukhra ulman ahlum ba'ni
kuntu ahlumu. Kullu shay' uaqa'i
)

So che abbandono me stesso...
e m'involo. Sarò ciò che diventerò
nell'ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell'assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo è apparso per dirmi:
"Che cos'hai fatto, laggiù, sulla terra?".


E non ho udito l'esultanza dei giusti,
né il lamento dei peccatori. Sono solo, nel biancore,
solo...
Nulla mi addolora sulla soglia della resurrezione,
non il tempo né i sentimenti.
Non sento la leggerezza delle cose né il peso dei tormenti. Non trovo a chi domandare:
Dov'è, ora, il mio dove? Dov'è la città dei morti e io, dove sono? Non c'è il nulla,
qui, nel non-qui... nel non-tempo,
e non c'è esistenza.

Come se fossi già morto prima d'ora...
So cos'è questa visione, so che
sto andando verso l'ignoto. Forse
in qualche luogo continuo a esser vivo
e so ciò che voglio...

Un giorno sarò ciò che voglio.

(sa'sir yuman ma uridu)

Un giorno sarò un'idea. Nessuna spada la porterà
alla terra desolata, nessun libro...
Come pioggia su una montagna spaccata
allo spuntare di un filo d'erba,
non vincerà la forza
né la giustizia smarrita.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò uccello, dal nulla trarrò
la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano
avvicino la verità, rinasco dalla cenere. Sono il dialogo
dei sognatori, ho rinunciato al corpo e a me stesso
per completare il primo viaggio verso
il significato, che mi ha bruciato dileguandosi.
Sono l'assenza. Sono il celeste
fuggiasco.

Un giorno sarò ciò che voglio.

(Mahmoud Darwish, Murale, epoché, pp. 9-11, trad. Fawzi ad-Delmi. foto, Mahdyia, Tunisia, agosto 2006. I versi saranno gradualmente affiancati dalla versione originale traslitterata, per il piacere del suono)

sabato 14 aprile 2007

impossible homecoming


La luce è più densa e comincia a permeare spazi, stanze e case. Si può finalmente lasciare che una leggera brezza, che sa di aria buona, circoli dai balconi aperti. Un mescolìo di pigolare di uccelli e voci di bambini e adulti, e il grande albero che frondoso mi protegge dalla luce. Lavorare è dolce in questo pomeriggio e a questa scrivania, che è il mio kauwa-auwa, esplorando i meandri del concetto di ibridazione.
Sono affascinata tra l'altro dalla lettura di migrancy, culture, identity di Iain Chambers, uno dei primi ad avere introdotto il concetto di ibridazione. A pagina 12,nel capitolo Migrant Landscapes, Chambers cita questa frase di Edmond Jabès.

L’étranger te permets d’être toi-même, en faisant, de toi, un étranger.

Penso a De Certeau e al modo in cui si potrebbe dispiegare questa frase, ma ho altro da fare e spero e credo se la sappia cavare da sola.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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