sì, cucinare...
Oggi festeggio. Festeggio la prima volta, dopo circa un anno, o forse più, che cucino per degli amici. E quando dico cucino, intendo dire che mi metto ad abbinare pietanze, scegliere menu, sperimentare sapori, combinazioni, dosi, miscelature, gesti nuovi. E' così che intendo l'ospitalità, come un regalo personale e su misura tradotto in sapore.
Non sono una cuoca. Altri sono cuochi, coloro che sanno preparare una pasta sfoglia o la pasta per i cannoli, torte di frutti secchi, parmigiane di melanzane dolci e gelatine al pino. Io mi metto nella categoria del gesto abile, della ricetta assimilata e reinventata. Quella che in arabo tunisino è chiamata sannafa, una donna che fa cose con destrezza. E il verbo, sannafa/ysannafu, indica tanto lo scrivere quanto il cucinare. Mi piace pensare queste due attività come affini in quanto mie entrambe, anche se poi di forme di creatività ce ne sono tante altre. Mi piace perché riabilita l'arte del cucinare, ponendola al livello stesso della scrittura, e scrivere in arabo classico è certo un'abilità che richiede molta, molta perizia e apprendimento, trattandosi di una lingua non quotidiana. Il susseguirsi dei gesti precisi e attenti, l'assoluta attenzione al fare e il coordinamento delle azioni creano in me uno stato di vuoto mentale, che lava via ogni pensiero e stanchezza.
Il menu che ho pensato per oggi è questo, cercando di abbinare sapori delicati: un antipasto di sorbetto di pomodoro, innaffiato di vino bianco e con pepe, zenzero e due chiodi di noce di garofano; penne al pesto di pistacchio di Bronte, ricotta guarnita di marmellata al limone e coriandolo, melanzane a beccafico, sontuosamente ammantate di uva passa, pinoli e pangrattato, piccole carote all'erba cipollina e aceto di datteri, gelo di fragole, che poi sarebbe una via di mezzo tra un sorbetto e un gelato, privo di latte. Come sarà meglio brindare, con del moscato di Kelibia un po' maturo o dello Shiraz yellow tail australiano?
Non tutti i miei ospiti/cavie gradiscono le mie sperimentazioni: ricordo sguardi tra l'imbarazzato e l'inorridito di alcuni miei ospiti davanti ad una omelette confiture dalla consistenza di un materasso. Ma la serata peggiore è stata quando ho preparato per un mio amico, storico tunisino, pasta alla bottarga ben al dente, pesce persico ricoperto di bacche di pepe trito al mortaio, pecorino con mostarda d'uva. I tunisini mangiano la pasta collosa, questo in particolare era l'unico tunisino che odia il piccante, e infine guardava il sublime mosto d'uva, comprato a Genova, come un nemico pericoloso.
In quanto a voi, miei lettori, siete sollecitamente invitati a dare un vostro parere sul menu. E dico sincero perché potrebbe darsi il caso che in quel di luglio si decida di imbandire un desco per bloggers di ogni tipo: bloggers scissi, multipli, obliqui, single, bini e trini, cripto, eso ed endobloggers, bloggers in crisi mistica, d'identità, di nervi, di astinenza, esistenziale, in crisi di crisi, critici e in crisi di critica, con o senza amici immaginari, da portare in quantità moderata. Quindi chi voterà con doppia lingua pagherà il fio della sua colpa... quando ho snocciolato il menu al mio collega oggi, lui mi ha detto, ritraendo tutto il suo volto in una smorfia concava e con tono incrinato, ma PERCHE' cucini queste cose?
(sottofondo musicale: Ray Lema, Live at café de la danse in Paris piano solo,una musica che per me è legata all'energia, all'amore e al calore contagiosi di questo musicista, di cui ho stretto le grandi mani, una sera, alla Cattedrale di Saint Louis a Cartagine, dopo che lui e Odette si erano parlati in lingalà. Ma questa è un'altra storia...).
(la foto è dedicata ad Oyrad, la prendesse e ne facesse quel che vuole, perché se aspetta che arrivo a saperle mettere nei commenti le foto siamo freschi, nel senso che si fa Natale).