partecipo al progetto

partecipo al progetto
ibridamenti.splinder.com
Visualizzazione post con etichetta Tunisia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tunisia. Mostra tutti i post

venerdì 28 settembre 2007

ghmouq el ward

Quanta poesia in questo termine, "il tempo velato che accompagna la stagione delle rose" (ward, al singolare in quanto nome collettivo di specie). In dialetto tunisino, l'espressione ghmouq el ward (con gh che si pronuncia come una r arrotata, e la q che si pronuncia con un suono da chioccia emesso dalla parte bassa della glottide) indica il tempo di certi giorni di primavera, dalle nubi alte e bianche, che hanno l'effetto di attenuare la calura crescente.
Questo tempo veniva attribuito alla saggezza divina, grazie alla quale le rose rimanevano al riparo dal sole. Scorgo in questa concezione quella che può essere l'incredibile delicatezza della cultura araba, il profondo amore per i fiori, per le brezze (non a caso forse la radice di ruh, anima, è la stessa di riha, vento).
Questa credenza ha dato vita ad una recitazione poetica messa in forma da Mourad Sakli, nella quale una rosa, una nuvola e la luna dialogano tra loro, evocando l'interminabile lotta dei contrari, e che oppone la bruttezza alla bellezza, la speranza alla disperazione, l'individualismo all'altruismo. La storia prende avvio da una paura della morte, che si trasmuta in un attaccamento più forte alla vita, grazie all'amore.
L'ho comprato, questo disco, nel negozio di Sufian, che si chiama addiwan, nella medina di Tunisi, e ora lo ascolto, dicendomi che appena ho tempo chiedo a qualche conoscenza tunisina di aiutarmi a tradurlo.

giovedì 13 settembre 2007

è Ramadan

Oggi è il primo giorno di Ramadan.Mi piacerebbe tanto andare a una rottura del digiuno, ne ho nostalgia, e poi ad uno dei concerti che si tengono alla medina di Tunisi, nell'oscurità pullulante di persone, le braci con le merguez per strada, gli udun al qadi, le orecchie del giudice, dolci secchi avvolti a spirale che ruscellano miele, ne mangi un pezzo dopo l'altro senza riuscire a smettere.

giovedì 23 agosto 2007

pictures from Tunisia






Quest'anno non avevo molta voglia di scattare foto. La cosa mi suscitava una certa perplessità e apprensione, fin quando non sono andata a fare una gita in barca al largo di Biserta, in un battello coloratissimo. Dopo, ho ripensato allo stato di attenzione asoluta che mi aveva colto nel fotografare, concentrata sulle immagini che vedevo ancor prima di scattare, e che volevo ottenere, dimentica del tempo che scorreva e delle persone che si muovevano accanto a me, come in una bolla spazio temporale. E mi sono detta che l'ispirazione, quando deve arrivare, arriva, e che ansie e perplessità sono inutili.
Sulla barca, rappresentanti di una Tunisia occidentalizzata, fatta di quelle poche persone che fanno immersione subacquea. Khaled, il capitano, capelli biondi e fluenti, gli occhi azzurri, uno dei pochi tunisini che abbia visto indossare uno slip come costume da bagno invece dei consueti calzoncini, e che a fine giornata stanerà una cernia di quindici chili. Murad, che conduce le immersioni, alto, magro, capelli ricci dalle ciocche bionde e di media lunghezza (quasi tutti i tunisini li portano tagliati a spazzola e cortissimi), che ci racconta in maniera disinvolta delle sue avventure amorose, una ragazza a sera. Una serie di donne che sembrano habituées della barca, dalla pelle bianchissima, tutte in grado di pagare i 60 dinari che servono per il giro più l'immersione, quasi quaranta euro. Qualche francese venuto con amici tunisini, o che vive e lavora in Tunisia, e magari dopo anni non ha ancora imparato una sola parola di tunisino. E Michele, mezzo tedesco, che si è aperto una fabbrica di confezioni tessili, società esentata dalle tasse per quattro anni (poi si cambia nome e ricomincia tutto daccapo), con un socio di maggioranza tunisino come è previsto dalla legge, e milleseicento operai, due o tre case in vari luoghi della Tunisia e due domestiche. E una settimana dopo vado da una mia amica a Sfax, che fa un dottorato in storia dell'alimentazione. Tutte le donne della sua famiglia hanno indossato il velo, cominciano a non mandare più le figlie a scuola. Lei è l'unica a non coprirsi la testa, e le vicine vanno dai parenti e la criticano. E lei non mangia. Per fortuna da settembre sarà a Tunisi. Una nipote disegna abiti in accordo con questa visione dell'Islam e li confeziona per le conoscenti. La casa non ha acqua potabile, a terra il cemento nudo lascia intravedere i cavi dell'elettricità, vi si accede per strade sterrate, come sempre accade in quartieri come questi, dalle case autocostruite. Il cognato è mezzadro, non ha nemmeno un'auto per trasportare i prodotti che coltiva. Suo fratello, una laurea in letteratura araba, munge mucche in mancanza d'altro. Passo una scheda telefonica da cinque dinari (più cinque di bonus) a Fetr, che si illumina e mi ringrazia calorosamente mandandomi un bacio. Poi ci dice, ridendo, l'anno prossimo venite a stare qui, che invece di spendere i soldi in albergo li date a noi. La nipote le chiede di passarle una parte del credito per poter chiamare il fidanzato. Anni luce da Cartagine Dermech, con uno scintillante Monoprix, ristoranti costosi, un caffé sulla cui boiserie risaltano immagini di caffettiere moka e tazze di cappuccino, con scritte in italiano, residenza di molte coppie miste, dalle ville che possono costare quattromila dinari al mese di affitto.

lunedì 30 luglio 2007

sejnane pottery






Nell'accingermi a preparare questa piccola mostra estiva, mi sono resa conto che di specifico sulle ceramiche di Sejnane so veramente poco. So che vengono prodotte principalmente nella zona intorno alla Crumiria, nel nord ovest della Tunisia, zona di frontiera con l'Algeria, e che questo tipo di lavorazione e decorazione ha origine berbera, con parentele anche in Algeria, anche se i berberi in Tunisia si sono in gran parte arabizzati. La ceramica viene prodotta dalle donne, cotta in un forno trogloditico, venduta talvolta lungo la strada. Motivi e colori simili si ritrovano nelle ceramiche fenicio cartaginesi. Da qualche anno le ceramiche di Sejnane, come tutti i tipi di arti tradizionali, cucina inclusa, sono oggetto di poltiche patrimoniali di raccolta, classificazione, catalogazione, musealizzazione. Ad alcune donne sono stati commissionati dei pezzi, poi esposti nei musei. Una di loro ha ricevuto un premio nel corso delle annuali giornate del patrimonio. Le donne quindi cominciano a rendersi conto del possibile valore anche estetico ed economico, e di conseguenza anche del loro, che abitando in zone rurali sono generalmente inserite in un sistema di rapporti di genere tradizionali, con il marito che ha la maggiore autorità e gestisce le economie familiari, tra cui anche i guadagni della moglie. Il loro peso in seno alla famiglia e alla società aumenta.Recentemente anche degli uomini si sono messi a produrre ceramiche, firmandote e messe in commercio a prezzi più alti del consueto, con un dichiarato intento autoriale ed artistico, come nel caso del cavallino. L'oggetto in due pezzi è una cuscussiera, di valore principalmente decorativo. Ci sono poi i due qanoun, piccoli bracieri, uno dei quali ha una base a forma di pesce, simbolo di fortuna. Il qanoun è un magnifico oggetto polifunzionale. Serve a bruciare l'incenso purificatore nei santuari frequentati soprattutto da donne, a farci il tè quando ci si sposta, a grigliare i peperoni verdi piccanti e i pomodori che, tritati finissimi, formeranno la mechouia, un'insalata piccante in abbondante olio, e ancora a cuocervi per un giorno intero e anche più la meloukhia, un'erba che viene trasformata in una densa crema dal penetrante odore, e che viene insaporita con della carne.
Buone vacanze a tutti, e buon distacco a Ingmar Bergman.

domenica 15 luglio 2007

displaying mahdiya











Je l'avoue: molte di queste foto sono estorte al consorte, che mentre io fotografavo oggetti, alimenti, bombole del gas, contatori, porte e finestre, mattoni, gruppi elettrogeni di moschee e musei, annunci di vendesi, tutta presa da esperimenti concettuali intenti a cogliere modi inediti di vedere la cose e i luoghi, egli faceva scatti più tradizionali. Il forte, il bambino e il caffè sono miei, il resto non credo. Però la gente così mi notava, s'incuriosiva. Un episodio divertente: rapita dalla poetica del rifiuto, delle nature morte di oggetti quotidiani abbandonati o disposti in modo casuale, fotografavo vecchi elettrodomestici buttati in un angolo, che appartenevano al negozio accanto. Il proprietario si è insospettito e, ritenendo che chissà quale spia o ispettore fossi, quando sono tornata nello steso posto ho trovato tutti gli elettrodomestici messi in bell'ordine.

giovedì 12 luglio 2007

vendesi/lilbia'






L'anno scorso, ripercorrendo la lingua di terra peninsulare in cui si trova la parte antica di Mahdiya, invece che lasciarmi guidare dalla semplice vista, ho deciso di conoscere il luogo mediante l'obiettivo, scattando su tutti quei particolari che attiravano la mia attenzione, spesso apparentemente banali e certamente ordinari, frequenti, e poi riflettendoci su, usano il patrimonio di informazioni e letture derivanti dalle mie ricerche sul patrimonio culturale. Queste foto parlano di una medina, se non in abbandono, a rischio di decadenza. Perché gli abitanti preferiscono abitare in case nuove, perché abitare costa, perché ci sono dispute su ripartizioni di eredità.
eppure, si tratta di un luogo bellissimo, circondato da due parti dal mare, e la cui punta è occupata dall'antico cimitero fatimide. Un luogo da incanto, dove dopo una settimana gli abitanti si incuriosicono, non ti considerano più un turista di passaggio,e il dialogo può iniziare, quando le persone iniziano ad aprire bocche e cuori, gratificate nel loro amor proprio dall'attaccamento dimostrato al loro luogo. E cominciano a raccontarne storie e segreti. E più tempo vi si passa, più si conosce, più strati si penetrano. Il mio sogno è comprare la casa lì, passare l'estate di fronte al mare, e dolci serate nei caffé dove gli abitanti di Mahdiya vanno a prendere il fresco. Spero di farlo prima o poi. Ma intanto faccio circolare questi numeri di telefono, le case costano ancora poco, prima che la zona si "gentrifichi". Il prefisso della Tunisia è 00216.
(acc, questi turisti che finiscono sempre con l'entrare in campo mentre fotografi..)

giovedì 5 luglio 2007

carne e sangue




L'estate scorsa, ero a Tunisi, occupando temporaneamente la camera di R., che era tornato a New York per qualche settimana. Ascolti dissonanti in quella camera luminosa, in un palazzo coloniale che quasi affacciava su Bab Bhar, e che dava su una delle entrate del Mercato centrale, dove era bello andare a fare la spesa tra cumuli di frutta e verdura ordinatamente raggruppati e impilati in macchie di colore, il rosso e il verde dominanti: "'Atini kilu tumatim, u nuss kilu felfel, mush barsha har, min fadlik. 'Atini dellea', atini kilu 'aineb...". Ascoltavo, dicevo, "Cantà" di Enzo Moscato, "Nine horses" di David Sylvian, le cui note nostalgiche, di rimpianto, di un passato che non tornerà mai, di un presente che ben presto sarà passato, ben si adattavano con la mia temperie interiore, in pomeriggi assolati protetti dall'aria condizionata, il balcone chiuso per sbarrare la via ai densi odori dell'oleificio che dava sul cortile interno, e dall'altro lato, dal balcone che affacciava sulla strada, il brusio incessante del passaggio continuo di persone, le grida di venditori di strada che mi affascinavano, cantilenando merci e prezzi da poco. Andavamo a Cartagine, mangiavamo pesce, comprato fresco la mattina, o la sera, sul ristorante accanto la spiaggia.
Quando N. mi chiama e mi propone di andare con lei a Kerkenah da sua cugina. Si mette i guanti bianchi per proteggersi la pelle, e partiamo. Sulla strada dell'andata e del ritorno, in direzione di el Jem, sostiamo per mangiare, in un posto dove servono 'alloush mashoui, agnello grigliato, e vendono carne, sotto un sole cocente e una tenda rossa. In Tunisia si fa spesso così, scegli la carne o il pesce che vuoi, ne paghi il peso, poi te lo cucinano. Sono un'ex vegetariana, provo spesso rigetto per la carne, e soprattutto non mangio quasi mai agnello, troppa pena, e la vista della carne nelle macellerie mi respinge con la sua crudezza, il suo odore di vita ancora quasi palpitante trasformata in pura carne, in disfacimento. Ma lì è avvenuta una metamorfosi temporanea. Gustavo avidamente le costolette che bruciavano le dita, alternando la carne con bocconi di fresca insalata tunisina colta con il pane e un dito, pomodori, cipolle e cetrioli tagliati in pezzetti finissimi, assaisonnée con un olio dal sapore forte. Ed ero allo stesso modo inebriata dalla vista di tutta quella carne che ancora sussultava, agnelli appena uccisi che venivano portati dal retro e spezzettati in macelleria, venduti in buste trasparenti, e mi sembrava che tutto, tutto palpitasse e si muovesse. Il rosso, il calore, la carne, tutto si componeva, tutto si accordava, ed è in questa sorta di stato di trance, di concentrazione e compenetrazione in tutto questo, che ho scattato le foto, affascinata dalla scena, o forse è stato lo sguardo influenzato dalla macchina fotografica a farmi concentrare così, pervasa dall'odore di carne fresca e bruciata, avvolta dal calore avvampante, nel rosso.

giovedì 21 giugno 2007

tortellini a bombay

Tunisi è una città piccola, dove puoi incontrare facilmente le persone che conosci, i membri dell'élite intellettuale e delle comunità straniere, vi è fitta circolazione di persone, e le amicizie nascono e si ramificano come un lussureggiante ventaglio. Tunisi è una città grande, un portale di gente di passaggio, ricercatori da tutto il mondo, studenti africani, arabofili che studiano la fusha al Bourguiba, membri di organizzazioni internazionali, lavoratori in continua dislocazione. I tavoli di caffè e ristoranti sono frontiere puntiformi e mutevoli.
E così, entrando in un ristorante della Goulette, una sera, dove si cucina la pasta al dente, ci trovi di passaggio l'ambasciatore italiano in carica, il suo successore e il segretario politico. E ti siedi al tavolo con un altro addetto dell'ambasciata, che parla con accento romanesco marcato, con una ricercatrice di diritto all'università, con A. e con Max, che si rincontrano qui dopo cinque anni, quando si frequentavano a Bangalore, in India. A., siciliano, costruisce reti cellulari, e dopo aver esaurito l'Italia va in giro per il mondo, su incarichi che gli trova il suo agente. Max ha lavorato per alcuni anni in Tunisia come cuoco, dove si è sposato, poi ha accettato un incarico in India. Ora lavora al ristorante "Olive" di Bombay, una catena di ristoranti italiani di prestigio. E' un po' tarchiato e spettinato Max, il corpo rilasciato con noncuranza,la polo spiegazzata e aperta in modo casuale. Io mi dedico a lui e sto ad ascoltarlo, sollecitandolo con qualche domanda, e lui comincia a raccontare senza fermarsi. A raccontare, con accento romagnolo, del suo ristorante con centocinquanta persone di servizio per servire fino a settecento coperti a sera, della mozzarella prodotta in India, dell'orto in cui fa coltivare ogni varietà di erbe ed insalate, della salsiccia al finocchietto, della pasta fresca prodotta a comando dal suo staff di trenta persone.
Max più che sperimentare predilige solidi piatti e cibi tradizionali ma di qualità impeccabile. Ascolto Max evocare, con ampi ed eloquenti gesti della mano, le cascate di prosciutti (bisogna pensare questa frase con accento romagnolo), gli affettati, la bresaola in quantità copiose, mentre le guance gli si fanno ancora più lucide dal piacere, la fonetica dà il senso dell'abbondanza, il gesto di ruscelli di cibo. Max mi racconta di una festa data dal principe del Rajahstan per centocinquanta persone, a molte delle quali è stato pagato il biglietto aereo, e anche lì inondazioni di prosciutti, come gli si riempie la bocca a dirlo. Sua figlia, mi dice Max, parla italiano e inglese e hindi e tunisino, ed è la prediletta di una delle più note star bollywoodiane, frequentatrici abituali del ristorante "Olive".
Stasera A. celebra la sua ultima sera a Tunisi, domani partirà per l'Argentina. E' uno a cui piacciono le donne, A., le ama tutte o quasi, lo capisci da come ti abbraccia mentre si fa la foto ricordo con te, da come ti pizzica la guancia, pur mentre sta flirtando con la sua ragazza del momento che probabilmente non vedrà più. In macchina, mentre ci riaccompagnano verso l'albergo, la moglie di Max gli dice ridendo, "a te piace trombare", facendomi sussultare perché conosco l'abituale riservatezza delle donne tunisine in pubblico. Un nuovo mondo, penso, è racchiuso in quella donna. Prometto che cercherò di andarli a trovare a Bombay, e mi chiedo quando e dove A. e Max si rincontreranno. Qualche giorno fa ho cercato in rete tracce di Max. Le notizie sul ristorante erano molto succinte, ma poi ho trovato una sua foto, in divisa da chef attorniato dai suoi clienti indiani, ho ricomposto quella parte di mondo in cui ora vive, e mi sono commossa. Ma non troverete in rete la storia di Max, di sua moglie e della sua privilegiata figlia, e dei suoi incontri con A., questa storia incredibile di incroci e traiettorie e cosmopolitismi. Né la troverete nei romanzi indiani imbanditi di agnelli rogan josh, pakora, samosa, palak paneer, pane chapati o naan, goolab jamun. La troverete solo nelle persone come me che l'hanno raccolta, e a me fa piacere raccontarla qui.
(foto: antipasti tunisini di quella sera, di cui non rimangono che codeste vestigia in pixel; musica, indiana of course, Ustad Allah Rakha e Zakir Hussain, poi Ravi Shankar, prediletti tra queste quattro mura).

sabato 9 giugno 2007

cultura materiale, # 3, 4


cavallino in terracotta di sejnane, nord-ovest della tunisia, cotta in forno trogloditico e generalmente prodotta da donne.

kholkhal, cavigliera da piede per le donne sposate del sud della Tunisia, si porta in coppia.











Previsioni del tempo: per il weekend è previsto un lavoro di nebuloso bricollage. Si sezionano, segmentano, zigzagano, limano, scontornano, sovrappongono, assemblano, piallano, incastrano concetti.Visibilità cielo: nulla. Schiarite previste per domenica sera.

venerdì 8 giugno 2007

murale, jadaryia

















Ecco il tuo nome,
disse una donna, e scomparve nel cunicolo sinuoso...

(Hadha hua ismuka
qalt imratun
u ghabat fi -l marra al-lulbyya
)

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l'ala di una colomba bianca mi porta
a un'altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.

(Ara al-masa' hunaka fi mutanauali al-aidi
u ihmluna jnahu hmama bi sa'an
sauba tufula ukhra ulman ahlum ba'ni
kuntu ahlumu. Kullu shay' uaqa'i
)

So che abbandono me stesso...
e m'involo. Sarò ciò che diventerò
nell'ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell'assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo è apparso per dirmi:
"Che cos'hai fatto, laggiù, sulla terra?".


E non ho udito l'esultanza dei giusti,
né il lamento dei peccatori. Sono solo, nel biancore,
solo...
Nulla mi addolora sulla soglia della resurrezione,
non il tempo né i sentimenti.
Non sento la leggerezza delle cose né il peso dei tormenti. Non trovo a chi domandare:
Dov'è, ora, il mio dove? Dov'è la città dei morti e io, dove sono? Non c'è il nulla,
qui, nel non-qui... nel non-tempo,
e non c'è esistenza.

Come se fossi già morto prima d'ora...
So cos'è questa visione, so che
sto andando verso l'ignoto. Forse
in qualche luogo continuo a esser vivo
e so ciò che voglio...

Un giorno sarò ciò che voglio.

(sa'sir yuman ma uridu)

Un giorno sarò un'idea. Nessuna spada la porterà
alla terra desolata, nessun libro...
Come pioggia su una montagna spaccata
allo spuntare di un filo d'erba,
non vincerà la forza
né la giustizia smarrita.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò uccello, dal nulla trarrò
la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano
avvicino la verità, rinasco dalla cenere. Sono il dialogo
dei sognatori, ho rinunciato al corpo e a me stesso
per completare il primo viaggio verso
il significato, che mi ha bruciato dileguandosi.
Sono l'assenza. Sono il celeste
fuggiasco.

Un giorno sarò ciò che voglio.

(Mahmoud Darwish, Murale, epoché, pp. 9-11, trad. Fawzi ad-Delmi. foto, Mahdyia, Tunisia, agosto 2006. I versi saranno gradualmente affiancati dalla versione originale traslitterata, per il piacere del suono)

giovedì 31 maggio 2007

partir, dahaba




















Ho trovato Partir di Tahar ben Jelloun in edizione Folio Gallimard, alla libreria Millefeuilles di La Marsa, dove il proprietario, quando entra un non tunisino, conversa con i suoi visitatori solo in francese, automatismo culturale delle persone beneducate. L'ho comprato, insieme ad un suo libro di poesie, La remonte des cendres (Cérés),con traduzione in arabo a fronte, Sa'dan ar-ramad, di un poeta iracheno, Karin Jihad, e disegni alla china di un altro iracheno, Azzawi Harrouda. Ho comprato anche La pensée islamique contemporaine, di Alain Roussillon (Cérés), e Quartier Lacan di Alain Didier-Weill (Champs Flammarion), sul Lacan psicoanalista.
Ho voluto cominciare a leggere Partir mentre aspettavo, seduta, che la fila all'imbarco del volo per l'Italia si assottigliasse.
Il libro inizia con un piccolo racconto. Mon ami camerounais Flaubert dit "j'arrive" pour partir et "nous sommes ensemble" quand'il quitte quelqu'un. Une façon de conjurer le sort. Quando si è legati a più luoghi, si è sempre condannati a patire lo struggimento per un'assenza.
Al convegno al quale ho partecipato c'erano persone che hanno deciso di investire curiosità e voglia di conoscenza nell'investigazione della vita di persone che hanno lasciato un luogo per un altro. Si è parlato tra l'altro degli harraga, da har, piccante, bruciante, che si dice del peperone verde, il felfel akhdar, e dell' harissa. Sono i migranti che "bruciano" le frontiere e i loro documenti, in una visione mitologica della figura del clandestino.
Molte delle persone convenute lì erano persone di frontiera. Francesi che parlano catalano, marocchini la cui famiglia è sparsa su più continenti, e i cui figli parlano lingue diverse, una tunisina nata in Francia e che studia in Germania, un'italiana che ha deciso di vivere in Tunisia e fa ricerca sui corsi di formazione per aspiranti migranti, e mediazione culturale per le imprese. Un francese che anche lui si occupa delle stesse cose, ma per un'agenzia statale, e ha l'aria di chi se la passa proprio bene.
Al convegno l'etichettatura di "immigrati" è stata contestata, e si è sostenuto che bisogna sempre più pensare a un mondo di persone in dislocazione. Le persone intervistate da me, come ho riferito nella mia relazione, stanno ponendo le basi per un graduale, minuto sovvertimento delle classificazioni sociali. Persone che vogliono essere considerate innanzitutto esseri umani, persone che hanno voglia di espandere le proprie categorie mentali, di arricchirsi di cognizioni, savoir faire e relazioni nuovi. Persone che traducono culture, gettando ponti tra di esse, costruendo spazi di convivenza.

venerdì 25 maggio 2007

dalle parti del Bou Kornine

Domenica sarò qui, nella città del Bou Kornine, o Garnine, come dicono i tunisini del Sud. Sembra che qualcuno abbia ritenuto che valesse la pena di pagarmi un biglietto aereo e un soggiorno a Gammarth per partecipare ad un convegno sull'immigrazione (intanto sono ancora intenta a incollare pazientemente frammenti come in un mosaico, e allo stesso modo il disegno prende lentamente forma nella struttura già tracciata, io lo guardo con lo stupore di ogni scoperta e il senso di compiacimento che si ha per le proprie creature).
Nei primissimi anni del 1900, l'intellettuale tunisino Sadok Zmerli paragonava questo monte, la cui vista caratterizza il panorama di Tunisi a partire dal lago che sfocia nel mare della Goulette, fino a tutta la costa nord, al Vesuvio e al Fujiama. Molto prima che venisse inventato il termine globalizzazione, persone cone Zmerli avevano una vasta cultura e una mentalità cosmopolita, e guardavano già all'Occidente per trarne quello che vi trovavano di buono. Uno degli articoli scritti da Zmerli parla di Sidi bou Said, un piccolo villaggio della costa nord di Tunisi appollaiato sulla cima di una collina rossa a strapiombo sul mare. Zmerli ne citava i magnifici colori, l'origine dovuta allo stabilirsi di un santo in questi luoghi, la passione del Barone d'Erlanger per questo villaggio, per il misticismo di cui era impregnato, per la musica araba, su cui scrisse un'opera in sei volumi considerata ancora fondamentale, tanto da costruirvi un magnifico palazzo, morirvi ed essere ancora ricordato con attaccamento nella memoria orale degli abitanti. I colori, dicevo. Nasceva allora, in seguito ai resoconti di viaggio degli europei, quell'estetica del paesaggio che poi verrà trasfusa nel turismo contemporaneo. Nel 1915 circa d'Erlanger otteneva la patrimonialzzazione di Sidi bou Said, e ne faceva dipingere di azzurro le porte prima verdi e gialle, in quello che diverrà un processo di invenzione della tradizione. Oggi il villaggio di Sidi bou Said è infatti apparentato alla Grecia per il bianco a calce delle case e l'azzurro "tipicamente" mediterraneo, ma quasi nessun turista assiste a quello che per gli abitanti del villaggio rimane un avvenimento di fondamentale importanza. La Kharja, l' "uscita", la processione pubblica dei membri della confraternita 'Aissauia, che cadono in trance identificandosi con animali simbolici e inghiottendo chiodi, pezzi di vetro, e facendo a brani foglie di fichi d'India. Io a questa processione ho assistito quattro volte.

lunedì 9 aprile 2007

locale/globale



sabato 24 marzo 2007

making of


Nouri Bouzid è uno dei miei registi tunisini preferiti, una persona che scava a fondo nei dilemmi e nelle contraddizioni delle società tunisina, allo stesso tempo culturali e personali. La locandina a fianco é quella di "Bezness", che trattava del fenomeno della prostituzione maschile sulle spiagge di Sousse, un affare di uomini che continuavano ad avere verso le loro donne un atteggiamento maschilista e costrittivo. "Poupées d'argile", visto in un precedente festival del cinema africano, mi ha scioccata. Parlava del fenomeno dello schiavismo di fatto di bambine di ambiente sociale molto povero, che vengono ingaggiate per un pugno di soldi per andare a servizio presso delle famiglie. Nel film erano soprattutto le famiglie agiate che impiegavano queste ragazzine. Io invece ne ho incontrata una in una famiglia a basso reddito, di persone molto religiose. La bambina non andava a scuola e il capofamiglia, che era stato istitutore, le dava qualche lezione privata. Quando ho parlato di questa bambina con la sua "datrice di lavoro", mi ha detto che tanto non sarebbe andata a scuola, perché la famiglia aveva bisogno che lavorasse. Ma che salario le può dare una famiglia di pensionati, che magari può contare su trecento dinari al mese, circa duecento euro? Che fine farà quella bambina? Molto probabilmente costretta a spezzarsi la schiena andando a servizio per pochi dinari al mese, quasi analfabeta, come molte, troppe donne in Tunisia. Ma divago come al solito. Parliamo di "Making of", che è una intelligentissima mise en abîme che ben meritava il Tanit d'oro del 2006, e che mi lascia stupefatta che abbia passato la censura (ho linkato la recensione del "corriere di Tunisi", pubblicato da un'antica famiglia di ebrei italiani installatisi in Tunisia, i Finzi). Il protagonista Choukri, detto Bahta, ben esemplifica le contraddizioni dilanianti che premono soprattutto sugli uomini in Tunisia, e che in parte coincidono con quelle di altri abitanti del mondo arabo. Bahta è ballerino, e sogna di partire per l'Europa, dove ci sono la dimukratia e la bella vita. Ama Souad, ma come molti tunisini è patologicamente geloso, vorrebbe che si vestisse in modo più castigato, che non andasse in giro per le audizioni di canto perché il tradimento può essere in agguato a ogni angolo. Deve continuamente ribadire la sua maschilità agli amici che lo dileggiano perché ballerino. Una sua bravata, l'essersi travestito da poliziotto con l'uniforme del cugino, lo fa ricercare dalla polizia. E fuggendo Bahta incappa in alcuni integralisti islamici che cercano di fargli il lavaggio del cervello per farlo diventare un kamikaze. E' molto interessante la parte in cui tutta una serie di ahadith profetici e versetti del Corano vengono snocciolati meccanicamente in modo da costituire asserzioni che bloccano ogni esercizio del dubbio. E geniale la parte di making of inserita nel film. L'attore Lotfi Abdelli, che veramente fa il ballerino nella vita, è stato tenuto all'oscuro dello sviluppo negli eventi, e sono state firmate in digitale le sue autentiche reazioni al film, girato in processione rigidamente cronologica. Prima aggredisce il regista e se ne vuole andare perché lui doveva interpretare un ballerino e lo vogliono fare diventare un integralista. Poi si indigna per la cattiva luce sotto la quale secondo lui viene presentata la religione musulmana. Poi ancora, smarrito per l'immedesimazione con il personaggio, sempre più dilaniato tra il suo mondo e la prospettiva di un martirio che costituisce una sorta di via d'uscita dal suo vissuto contraddittorio, esprime al regista i suoi timori per l'uscita del film. La fine è la caduta nella follia, la vittoria del principio di morte. Bahta si fa esplodere da solo. E' la metafora di una condizione di impasse dei giovani tunisini, in stallo tra vecchi valori, islamismo globalizzato, attrazione e repulsione verso l'Occidente. Molto interessanti i commenti arabi all'invasione irachena. Molti arabi vedevano in Saddam l'eroe che li avrebbe riscattati dall'umiliazione di una modernità in sordina, e hanno visto nell'invasione dell'Iraq un'ulteriore umiliazione. Anche il regista, pur laicamente, si pronuncia per la resistenza irachena. Ma il ricorso a un'azione terroristica ammantata di credibilità religiosa è spesso uno sfogo quasi predestinato per chi viene tenuto ai margini della società del benessere. Ben lo mostra Bahta, che quasi spacca la testa alla fidanzata sentendosi legittimato in questo dal fatto che lei per l'Islam è un' "adultera", e confonde continuamente le problematiche personali con quelle internazionali.
La sala dell'Oberdan a Milano era piena. Il film ha avuto altre due proiezioni, di cui una per le scuole. Questo festival, che è organizzato dal Coe, una associazione di ispirazione cattolica, apre magnifiche finestre sul mondo, ma in fondo, sono sempre in pochi a potervisi affacciare.

giovedì 15 marzo 2007

Natura morta

Se il nostro occhio è troppo condizionato da una pre-visione di un luogo che pre-vede immagini tipiche o salienti che sono considerate un po' come l' "essenza" del luogo, quello che vi è di più "originale", il rischio è che l'occhio sia troppo selettivo e non colga immagini significative. Si ripetono così in un eterno circolo vizioso gli stessi tipi di immagine senza scoprire nulla di nuovo. L'occhio si deve dunque allontanare da ciò che è noto e scontato per guardare altrove, negli aspetti apparentemente più umili e misconosciuti. Così si può riconoscere al luogo una sorta di universalità estetica, rifiutandosi di categorizzarlo e cogliendo immagini che potrebbero essere ovunque. Eppure queste immagini parlano di qualcosa. Ancora una volta parlano di una cultura materiale, di modi di disporre gli oggetti, di slittamento dei confini tra ordine e disordine. Nel fare alcune fotografie, che poi questo mio intento sia riuscito e meno non lo so, ho cercato di ritagliare forme dal colore, mettendo questo al primo posto. Credo che una mia fonte di ispirazione sia stata Le storie di Matisse di Antonia Byatt. Ho cercato di rendere in colore quanto lei evocava con parole.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

Etichette