partecipo al progetto

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ibridamenti.splinder.com
Visualizzazione post con etichetta esperienza. Mostra tutti i post
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mercoledì 3 ottobre 2007

è nato ibrid@menti

Ho cominciato a scrivere in rete, dopo aver ignorato a lungo il fenomeno, mentre mio marito aveva già iniziato da tempo, attratta dai discorsi interessanti e creativi che vi si dispiegavano, dalla possibilità di conoscere persone ricche, appassionate e interessanti, con le quali intessere discorsi che rendevano la mia casa, dove lavoravo, un nodo di una rete estesa e articolata di relazioni. Per certi versi non è stato facile, perché mi sono trovata a dibattermi nei dilemmi della convivenza tra parti del mio Sé che normalmente erano separate dalla mia persona pubblica, quella di antropologa, e per la quale pensavo fosse giusto mantenere un certo livello di formalità, se così si può dire. Le negoziazioni tra i Self continuano, ma posso dire che il fatto di avere un blog mi ha permesso di integrare diversi aspetti del mio Sé. Poiché però non posso fare a meno, nel vivere, di osservarmi e di osservare, e di interpretare secondo le categorie e i filtri analitici che costituiscono parte integrante di me, ho sempre pensato che sarebbe stato bello poter raccontare gli aspetti ricchi, innovativi e profondi del mondo della comunicazione in rete. Saluto perciò con profonda contentezza la nascita di ibrid@menti, nato da un'idea di intelligenza connettiva e con la partecipazione di william nessuno, e che inaugura un dialogo collaborativo e creativo tra l'università, in questo caso la Cà Foscari di Venezia, e le persone che, mettendosi in rete, hanno assunto in prima persona la responsabilità delle loro prese di posizione, hanno messo in circolo sguardi sul mondo, condiviso le loro vite, espresso forme di creatività, rendendo il quotidiano di tutti più ricco. L'università si apre al mondo, divenendo permeabile. Tra i partecipanti al blog ci sono molte persone che conosco. Per una serie di strane coincidenze e di intenzioni, la nostra rete si è stretta intorno a ibrid@menti.Ma credo che il parere di tutte le persone con cui ho dialogato da quando ho aperto questo blog sarebbe prezioso, perciò le invito caldamente a farlo. L'immagine di Oeils murales, che a me piace tantissimo, è di Will. Con un augurio di un fruttuoso ibridamento a tutti, comunque accada.

martedì 2 ottobre 2007

in cui si parla di borhan


A me, per quei singolari meccanismi delle associazioni mentali, il nome Buràn mi rimanda a borhan, la prova che un wali, una sorta di santo musulmano, mediatore tra gli uomini e Dio, dà della sua forza, soprattutto in situazioni di crisi e conflitto, smuovendo quindi il tessuto delle leggi ordinarie. Buràn, giornale online dalla raffinata veste grafica che opera mediazioni tra vite e forme di creatività e di espressione in rete, è un po' una dimostrazione della forza della rete di dar vita a un intreccio di voci che brulicano incessantemente nel mondo, si trasmettono attraverso il tempo, lanciate, esposte dagli angoli più disparati. Buràn è un portale, una conurbazione che apre porte su flussi di coscienza, scritture disseminate, io narranti che non delegano più ad altri il compito di parlare per loro, di far cronaca da dietro un vetro e provvisti di pinze. Crocevia autobiografici in cui vediamo continuamente la Storia intrecciarsi con singole esistenze, afferrando la portata di questo movimento prima di ogni concettualizzazione teorica, parole vissute nella carne di corpi e di luoghi, di cangianti configurazioni spaziotemporali. E che in questo numero, dedicato al conflitto, ci mostrano attraverso occhi di altri come il conflitto, a livello politico, storico, individuale e interpersonale può essere vissuto, aiutandoci a tracciare un quadro di somiglianze e differenze inestricabilmente intrecciate. Buràn è un porto, un sito di sosta temporanea da cui avviare cammini di erranza seguendo le tracce di chi ha già tracciato un percorso, arrivando a destinazioni sconosciute, rendendole note, ricreando i discorsi in lingua italiana. E' una delle possibili strade che la logica del dono e dello scambio, dell'ascolto sensibile della voce dell'altro, del coinvolgimento immaginativo in vite altrui può prendere in rete. Che non è poi altro che una dimensione rivelatrice della ricchezza, complessità e stratificazione delle vite.

martedì 15 maggio 2007

Torino #2. Tra esperienza e narrazione

Questo dei confini tra finzione e non finzione, tra narrazione e reportage, che si è svolto domenica a Torino con Francesco Piccolo, Mauro Covacich, Massimo Gramellini è a mio avviso uno dei momenti di incontro più interessanti, anche se non ho seguito presentazioni eclatanti come quella del libro della figlia di Che Guevara o di Vladimir Luxuria. Penso che il contributo degli scrittori che sono intervenuti possa apportare stimolanti motivi di riflessione alla questione. Francesco Piccolo afferma che lo scrittore non fa mai giornalismo, dal momento che il giornalista compie (anche se io non sono d'accordo che ciò accada sempre) un'operazione di oggettività, inserendo nel suo articolo solo i fatti, per poi lasciar decidere al lettore. Lo scrittore, invece, si mette sempre dentro il testo, e qui Piccolo fa riferimento al Truman Capote di "Sangue freddo". Lo scrittore prende dunque posizione. Interessante è inoltre l'idea di una narrazione non definita, che invece di andar dritta al cuore dei fatti prende strade laterali, da una parte cercando di raccontare cose che interessano allo scrittore, dall'altra usando queste cose per arrivare in un altro modo al centro del racconto. Il rapporto tra lo scrittore e la narrazione è di necessità. La tematica da trattare non gli viene assegnata, lo scrittore è mosso dall'esigenza di capire facendo un'esperienza, chi è lo scrittore in seno a quell'esperienza, comprendere il rapporto tra somiglianza e diversità. Il rapporto tra vivere e pensare, dice Piccolo, fa parte della necessità di chi scrive, che pensa "questo mi riguarda", e non può fare a meno di stare dentro le cose.
Interessante anche l'intervento di Covacich, tantopiù in quanto riguardava un'immersione in una dimensione di "alterità" qual'é quella dei portatori di disagi psichici, che per lui ha costituito un'esperienza di limite. Qui Covacich si focalizza sulla curiosità. "Ero famelicamente curioso di quelle persone e di chi stava loro accanto". Covacich traccia una differenza nella resa del testo e nella posizione assunta tra studioso e scrittore. Mentre lo studioso tende a dare una visione esauriente, ha l'impressione di controllare tutto il campo d'indagine, la forza dello scrittore sta a suo avviso nel mostrare i limiti della conoscenza, trovarsi di fronte all'inconoscibilità. La necessità, per Covacich, non nasce solo dal bisogno dello scrittore di informare, ma di trasmettere, di far sentire, cercare le sue sensazioni e condividerle. Il racconto si configura così come l'unico modo di spiegare le proprie sensazioni. Scrivere è "andare nei posti, essere colpiti da cose e facce, ossessionati dal fatto di dover scrivere", e in questo non vi è opposizione, a suo avviso, tra finzione e non-finzione, che confluiscono entrambe a partire da questi elementi in una visione unitaria della letteratura. In un racconto infatti l'esperienza viene trasfigurata in invenzione, il racconto e la scrittura costituiscono uno strumento di conoscenza, lo scrittore diviene un tramite tra mondi e allo stesso tempo la scrittura diviene una esplorazione del Sé. Covacich lancia la provocazione che "forse oggi, in un mondo dove tutto si fa storia e racconto, dove prevale la simulazione e tutto è invenzione, gli scrittori paradossalmente non dovrebbero più scrivere".
Si finisce inevitabilmente a parlare di Roberto Saviano, citando il provocatorio schieramento di Paola Mastrocola per il "Club degli Ippogrifi", cioé il mondo della fantasia e del mito. Gramellini dichiara che a lui non piace la letteratura dell'indignazione, che preferisce un taglio obliquo, l'ironia, lo sguardo straniato, uno sguardo che in un angolo della sala riprende la scena.Piccolo difende la scrittura di Saviano, dicendo che anche in lui è presente un percorso di conoscenza, e un rapporto con la realtà. Ma anche lui non è a favore del racconto dell'indignazione, che è "quello dei giusti, di quelli che hanno già deciso", e preferisce raccontare qualcosa di più problematico, di meno concluso, delle parti oscure. Se nel primo tipo di racconti il lettore si rispecchia e vede in sostanza confermato il suo pensiero, non occupandosi più della realtà, uscendone de-responsabilizzato, nel leggere scrittori che gli mostrano la parte oscura non può più essere deresponsabilizzato, è chiamato ad impegnarsi. Covacich afferma che il libro di Saviano gli è piaciuto molto perché si sente la necessità, perché l'autore ha saputo raccontare delle persone che stanno morendo. E allo stesso tempo dichiara di non schierarsi unicamente a favore del realismo, dal momento che si può far sentire anche attraverso le invenzioni, che queste possono farci capire meglio cosa succede, dirci qualcosa che non sappiamo.
Ora, a parte tutta una serie di riflessioni che queste considerazioni mi hanno fatto venire riguardo alle intersezioni tra la scrittura antropologica e altre forme narrative di scrittura, e sulle modalità e scelte e direzioni della mia scrittura, dal momento che mi interessa cogliere gli aspetti della narrazione in generale, io in questi discorsi ci vedo anche molte cose che riguardano il modo di raccontare nei blog. Chiunque li legge potrà farci le sue riflessioni e magari capire qualcosa di più su cosa lo/la spinge a narrare, a scrivere, intravedendo altri strati del proprio fare e pensare. Una prima conclusione che se ne può trarre (che comporta a sua volta numerose implicazioni), e che sembra quasi scontata, ma che non lo è affatto, è che la narrazione in forma scritta e pubblica diventa una pratica quotidiana.
(la foto: la vedo come un modo di mostrare in immagine il rapporto tra chi viene osservato e chi osserva, che è dentro il campo di osservazione e al tempo stesso non può fare a meno di osservarsi nel suo osservare, né dell'essere osservato, e tutto rientra nel campo della riflessione, e lo specchio come metafora di tutto questo ci sta proprio bene, a mio avviso).

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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