partecipo al progetto

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venerdì 5 ottobre 2007

sono da ibrid@menti

Sono reperibile qui, dove parlo di narrazioni personali, di scambio e circolazione di racconti che si snodano tra passato, presente e futuro, di sguardi e ascolti reciproci, di disegni delle vite delle persone, di inedite identità, dell'efficacia simbolica e poietica della parola (e dei segni), delle sue possibilità rivelatrici.

mercoledì 3 ottobre 2007

è nato ibrid@menti

Ho cominciato a scrivere in rete, dopo aver ignorato a lungo il fenomeno, mentre mio marito aveva già iniziato da tempo, attratta dai discorsi interessanti e creativi che vi si dispiegavano, dalla possibilità di conoscere persone ricche, appassionate e interessanti, con le quali intessere discorsi che rendevano la mia casa, dove lavoravo, un nodo di una rete estesa e articolata di relazioni. Per certi versi non è stato facile, perché mi sono trovata a dibattermi nei dilemmi della convivenza tra parti del mio Sé che normalmente erano separate dalla mia persona pubblica, quella di antropologa, e per la quale pensavo fosse giusto mantenere un certo livello di formalità, se così si può dire. Le negoziazioni tra i Self continuano, ma posso dire che il fatto di avere un blog mi ha permesso di integrare diversi aspetti del mio Sé. Poiché però non posso fare a meno, nel vivere, di osservarmi e di osservare, e di interpretare secondo le categorie e i filtri analitici che costituiscono parte integrante di me, ho sempre pensato che sarebbe stato bello poter raccontare gli aspetti ricchi, innovativi e profondi del mondo della comunicazione in rete. Saluto perciò con profonda contentezza la nascita di ibrid@menti, nato da un'idea di intelligenza connettiva e con la partecipazione di william nessuno, e che inaugura un dialogo collaborativo e creativo tra l'università, in questo caso la Cà Foscari di Venezia, e le persone che, mettendosi in rete, hanno assunto in prima persona la responsabilità delle loro prese di posizione, hanno messo in circolo sguardi sul mondo, condiviso le loro vite, espresso forme di creatività, rendendo il quotidiano di tutti più ricco. L'università si apre al mondo, divenendo permeabile. Tra i partecipanti al blog ci sono molte persone che conosco. Per una serie di strane coincidenze e di intenzioni, la nostra rete si è stretta intorno a ibrid@menti.Ma credo che il parere di tutte le persone con cui ho dialogato da quando ho aperto questo blog sarebbe prezioso, perciò le invito caldamente a farlo. L'immagine di Oeils murales, che a me piace tantissimo, è di Will. Con un augurio di un fruttuoso ibridamento a tutti, comunque accada.

venerdì 7 settembre 2007

Londonstani

Gautam Malkani è minuto, l'aria gentile, e nonostante sia stanco si spende generosamente per spiegare la natura delle relazioni etniche a Londra, la subcultura hip hop dei giovani British Asians. Mi fa pensare a Jas, l'io narrante del suo libro, un adolescente quasi giunto a maggiore età, timido e studioso, che viene "adottato" da una crew di giovani gangsta, il cui capo, Harjit, è un muscolosissimo sikh che pratica quattro arti marziali. I suoi amici, Gautam li ha intervistati, poi da queste interviste è venuta fuori la tesi di laurea in Scienze Politiche a Cambridge, e infine l'idea di scrivere un romanzo, perché troppo rimaneva fuori. Eppure è modesto, del libro, della macchina narrativa, non gli interessa raccontare, gli preme descrivere una realtà, gli occhi lievemente febbricitanti per questo. Mi interessa molto questo tipo di scrittori ben preparati dal punto di vista concettuale, che non pongono cesure nette tra analisi e narrazione, due componenti che si rafforzano reciprocamente, con la narrazione che ne trae forza descrittiva ed evocativa. Londonstani andrebbe letto in inglese, uno slang serratissimo infarcito dei termini hindi, punjabi e urdu che i giovani British Asians hanno recuperato. La traduzione, purtroppo e necessariamente, non può rendergli giustizia. Leggerlo è veramente arduo, ma ne vale la pena per chi può. Io ho cominciato in inglese, ho proseguito in italiano per sveltirne la lettura in vista dell'intervista, e ora finirò in inglese. E' veramente gentile Gautam, alla fine dice a me e anche al traduttore, un insegnante di storia e filosofia che fa il volontario al Festivaletteratura da quattro anni, di farci dare il suo indirizzo, e di andarlo a trovare se passiamo da Londra. Continua a vivere a Hounslow, il sobborgo di Londra solcato dagli aerei che fanno base a Heathrow. Spero che rimanga così, che il successo non lo corrompa. Una figura, del libro, mi piace ricordare, in questi tristi giorni di compatti e trasversali sollevamenti xenofobi nutriti di slogan che sostituiscono i ragionamenti, tesi a eliminare qualsiasi marginalità, qualsiasi forma di contestazione al potere, qualsiasi pratica che disturbi un'idea di ordine sociale, non fosse che con la sua visibilità. Perché a me sembra che questo, soprattutto, si voglia eliminare, la visibilità dei marginali. La lezione di Mary Douglas è ancora pienamente valida. Il disordine, vale a dire ciò che non è classificato,che è appunto fuori dai confini, fuori dai margini, è avvertito come pericolo. E dunque, che si ristabilisca la purezza, e con essa l'ordine. Penso alle due prostitute rumene uccise, fatte a pezzi, di cui si è data notizia oggi, agli zingari sgomberati ieri a Milano, i bambini che frequentavano la scuola, e ora? La figura, dicevo, di Mister Ashwood, ex insegnante dei ragazzi della crew, pervaso ancora da una indomabile spinta all'impegno sociale, le pareti tappezzate di foto degli alunni della sua scuola, e che cerca di far di tutto, anche quando sono diventati dei teppisti, anche quando lo insultano, per far capire loro che possono arrivare da qualche parte solo impegnandosi nello studio, passando per le istituzioni.

domenica 2 settembre 2007

La marcia del romanzo attraverso la storia

"Da bambino passavo le vacanze nella casa di mio nonno a Calcutta,ed è stato là che ho cominciato a leggere. la casa di mio nonno era un luogo caotico e rumoroso, popolato da un gran numero di zii, zie, cugini e domestici, alcuni bizarri, altri semplicemente eccentrici, ma quasi tutti molto eccitabili. Eppure in quella casa ho imparato sulla lettura più di quanto abbia appreso negli anni di scuola". Così inizia il saggio di Amitav Ghosh, dal titolo citato in alto, contenuto nella recente raccolta di reportages e scritti Circostanze incendiarie, pubblicata di recente da Neri Pozza. Attraverso l'introduzione, che risucchia il lettore in una narrazione familiare, Ghosh racconta, attraverso l'elenco di alcuni libri presenti nella biblioteca domestica, la penetrazione del mondo in casa sua, intrecciando la biografia con un ambito di circolazione globale delle idee. C'erano Il ramo d'oro, le opere di Freud, Marx, Engels, Malinowski, capolavori della letteratura europea ottocentesca e novecentesca, persino Grazia Deledda, tutti i testi dei premi Nobel. Questi, per Ghosh, sono l'espressione di una "letteratura universale, una forma di espressione artistica che dà corpo a differenze di luogo e cultura, emozioni e aspirazioni, ma in modo tale da renderle comunicabili", un modo di tradurre cultura, di rendere concepibili vite immaginate in altri angoli di mondo, in modo da sfuggire al confinamento in un "tetro provincialismo".
Ghosh a questo punto però rileva una contraddizione, e cioè il fatto che i romanzi si fondano su un "mito di parrocchialità", vale a dire il rinchiudersi delle storie attorno a mondi dai confini culturali apparentemente netti e precisi. Una forma che sembra essere favorevole al rafforzamento della rappresentazione simbolica degli Stati nazione mediante una operazione di localizzazione, proprio nel momento in cui questi si dislocano e ampliano con l'acquisizione delle colonie, eliminando però questo spazio esterno, come bene ha messo in rilievo Franco Moretti.
Ghosh ricorda così che scrivere un romanzo, alla stregua di un lavoro di ricerca sociale, è frutto di un lavoro di selezione di elementi che concorre a comporre un quadro apparentemente coerente, e che per percepire l'ambiente circostante "bisogna distanziarsi da esso", compiendo quindi "un gesto di dislocazione", innanzitutto di ordine cognitivo, fuoriuscendo dalla doxa, dalle regole del gioco sociale che hanno apparenza di fatti naturali e taken for granted.
Eppure, proprio Ghosh è stato uno dei primi a spezzare la corrispondenza tra il decentramento cognitivo e la localizzazione narrativa ne Lo schiavo del manoscritto. Oggi i teorici del postcolonialismo caldeggiano la rappresentazione dell'ibridazione culturale. Molte le domande che sorgono intorno a questa tematica. E' giusto, e se sì come fare entrare il globale nel locale, come gli scrittori transnazionali, ad esempio Salman Rushdie o Jumpha Lairi vanno facendo? E' un compito che possono svolgere solo gli scrittori che già sono dentro un'alterità postcoloniale o anche quelli che si sono formati in un luogo più a lungo definito da una coerenza di rappresentazioni localizzanti? E se mettiamo, un italiano decide di aprire un suo romanzo a questi orizzonti, come dovrà attrezzarsi a farlo, senza correre il rischio di cadere in rappresentazioni stereotipate? Il saper guardare alla propria cultura con distacco porta con sé anche un saper guardare l'altro? E ancora, leggere libri di altri luoghi e prospettive culturali basta in sé a fare acquisire una distanza cognitiva? Oppure, perché gli scrittori la acquistano e altri eventualmente no? Quali sono i contesti, quali sono i processi? Porsi domande, ovviamente, significa analizzare una situazione, intravvederne gli spazi lasciati aperti a nuove e forse diverse immissioni di significato, rilevarne la complessità e l'indeterminazione al di là dell'apparente semplicità e completezza che il testo dà l'impressione di avere. Buona domenica, buona settimana, buona rentrée.

sabato 21 luglio 2007

Una conclusione Amara

Di solito a me, i libri, mi piace leggerli ad almeno un anno dalla loro uscita, quando luci e clamori non ci sono più, per affrontare un testo a mente sgombera da altre parole, che ne filtrino la lettura. Così è stato per Amara Lakhous, scrittore algerino, dottorando in antropologia almeno all'epoca della pubblicazione del suo libro, che parla un italiano pressoché perfetto. A Torino ho comprato il suo "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" (e/o). Perché volevo capire cosa ne fa un antropologo dei suoi strumenti cognitivi quando scrive un romanzo. E l'ho capito, lentamente, sorprendendomi per l'abilità di depistaggio dello scrittore, per la complessità del testo che si sfoglia capitolo dopo capitolo, strato dopo strato, rivelandosi solo alla fine nella sua pregnanza.
Ora, Lakhous ha vinto un premio Flaiano per questo libro, che è stato molto pubblicizzato come "gaddiano", per il linguaggio e per la cornice polifonica. E io mi chiedo, definire come gaddiano questo libro ci dice qualcosa, tutto su di esso, ci aiuta a comprenderne la specificità, oppure c'è bisogno di altri strumenti, che non siano meramente quelli dell'analisi letteraria, per trarne fuori, comprenderne e comunicarne, la specificità? In effetti, io di linguaggio gaddiano ne ho trovato poco. Poche e scarne parole o espressioni in dialetto, niente a vedere con l'invenzione letteraria di una lingua, anche se per certi versi la struttura del testo, la resa dei personaggi rimandano al Gadda del "Pasticciaccio"
Quello che trovo peculiare di questo romanzo è il suo girare attorno ad una questione focale, avvicinandosi al nucleo come per cerchi concentrici, e allo stesso tempo scendendo in profondità, dalle apparenze superficiali a ciò che di più sepolto vi è nel protagonista, Amedeo. Scoperta che procede di pari passo con la mutazione del registro linguistico, da umoristico a drammatico.
Fin dall'inizio sappiamo che un tale chiamato Amedeo è accusato di omicidio. Ci ragiona su tutta una galleria di condomini che conosce Amedeo, e che tira in ballo al tempo stesso una serie di stereotipi sull'altro e alcuni lampi illuminanti sulla sua storia personale. L'iraniano Parvez, rifugiato, alcoolizzato, che odia la pizza e la pasta, che a suo dire fa ingrassare, e la cui mente va con orgoglio al natìo riso, filo che lo lega strettamente alle sue origini. L'impicciona portiera napoletana Benedetta, piena di stereotipi nei confronti degli stranieri, e devo dire che mi piace che sia una napoletana ad essere razzista, perché sono piuttosto avversa allo stereotipo positivo, quasi da buon selvaggio, del napoletano sempre accogliente e ospitale. Per Benedetta l'assassino è un immigrato. E tutti gli immigrati si confondono in un calderone. Parvez è per lei albanese, mangia gatti e cani, forse il colpevole è proprio lui.
Com'è l'Amedeo che esce fuori dalle descrizioni dei personaggi del condominio? Parla perfettamente l'italiano, senza accento. E' sempre gentile con la portiera, altruista e servizievole con gli altri immigrati, non fa domande inopportune e grossolane sull'Islam. Non si è mai lamentato del cane Valentino, per il quale Elisabetta nutriva un amore morboso, e che è stato barbaramente ucciso da ignoti. E' italiano, sposato con un'italiana,insomma, e non un immigrato, quindi un potenziale criminale. E' l'inquilino migliore del condominio, quello che non parla mai male di nessuno, prova compassione e comprensione per i problemi di tutti. E' un lavoratore, il che lo distingue agli occhi di Antonio Marini, condomino settentrionale, da quei fannulloni che sono gli immigrati, e che comportano in tutto e per tutto come i meridionali. Ama cornetto e cappuccino. E poi, conosce la storia romana, in particolare quella dell'Africa romana, Sant'Agostino e il Vangelo. E qui, la vostra antropologa è caduta in una madornale svista, esclamando vittoriosamente dentro di sé "è tunisino!" e gongolando perché convinta di essere tra le poche che a questo punto capivano l'identità di Amedeo. Perché Sant'Agostino è patrimonializzato dai tunisini, che vi stanno dedicando ultimamente molti studi, e lo menzionano nelle guide turistiche come figlio del paese, a causa del suo lungo soggiorno a Cartagine. La mia convinzione si è rafforzata quando ho letto il riferimento di Amedeo a Giugurta, definito "il nostro grande guerriero", dal momento che in Tunisia si trova il luogo dove il re numida fu sconfitto. I capitoli in cui Amedeo parla in prima persona, esprimendo in un lungo ululato tutto il suo smarrimento di fronte alle situazioni problematiche degli altri, si alternano ai racconti dei condomini. Qui, nell'introduzione della memoria storica, avviene una svolta. Si comincia a conoscere qualcosa dell'identità di Amedeo, che consiste nel suo possesso e nella sua interpretazione di una parte di storia antica, comune agli italiani, ma speculare, perché per lui i romani sono stati dei traditori, che hanno fiaccato Giugurta tenendolo a digiuno di acqua e cibo prima di esporlo al Colosseo. Mi sbagliavo. Perché Sant'Agostino è nato vicino ad Annaba, città algerina di confine rispetto alla Tunisia, e anche il territorio di Giugurta si trovava tra i due paesi.
E in effetti, dopo un po' veniamo a sapere che Amedeo si chiama in realtà Ahmed. Ma in realtà a nessuno interessa addentrarsi nel suo passato e nelle sue origini, nemmeno alla moglie Stefania, per la quale Amedeo è il presente, qualcuno per lei, che si è assimilato per lei, e il resto non la riguarda. Ma questa relazione si fonda, paradossalmente, su un tragico equivoco di tipo orientalista, nel quale Amedeo viene confuso con Rodolfo Valentino, con romantici stereotipi desertici, "misterioso come il Sahara". Una porzione di Oriente inconoscibile, tra stereotipi e assimilazione/fagocitamento. E in fondo, anche Amedeo vuole prendere le distanze dal passato, che si rifà presente nei suoi incubi, e appare dolorosamente solo alla fine, nel racconto del suo amico Abdallah. Il passato di Ahmed si chiama Bàgia, la sua fidanzata algerina, uccisa dai terroristi. Risiede nella nostalgia per il Ramadan, la voce del muezzin, il cuscus, la zlabia, la harira, la voce materna.Amara Lakhous "sfoglia" così, strato dopo strato, l'identità di Ahmed, la cui parte araba non è certo il fondamento roccioso, poiché Ahmed dimostra di poter assimilare altri elementi, arricchendoli, traducendo, attraversando frontiere come un contrabbandiere di beni, e tuttavia è una parte imprescindibile di lui, costitutiva del suo passato, che in fondo a nessuno interessa.E che resta passato che non passa, spada che lo trapassa.
E poi, viene fuori che l'assassina del Gladiatore, vero romano de Roma, era la padrona del cagnolino. Perché, in mezzo a tutti gli immigrati del palazzo, sapiente perfidia dell'autore, era lui quello che pisciava nell'ascensore del condominio, metafora di uno spazio condiviso, stuprando la badante boliviana scambiata per filippina, organizzando combattimenti clandestini di cani.
E io mi sono pentita, di non aver letto prima il libro di Amara Lakhous, variante di 'Umar, Omar, Amor, per poter discutere con lui a Torino di quest'abile storia che prende garbatamente in giro il lettore, rovesciando lo sguardo, prendendo ad oggetto in modo ironico noi, gli italiani. Ma chissà, un giorno forse capiterà. Chi ha letto il suo libro saprà che alla fine c'è la sua mail, amaralakhous@yahoo.it, che mi sembra un gran segno di disponibilità.

giovedì 21 giugno 2007

tortellini a bombay

Tunisi è una città piccola, dove puoi incontrare facilmente le persone che conosci, i membri dell'élite intellettuale e delle comunità straniere, vi è fitta circolazione di persone, e le amicizie nascono e si ramificano come un lussureggiante ventaglio. Tunisi è una città grande, un portale di gente di passaggio, ricercatori da tutto il mondo, studenti africani, arabofili che studiano la fusha al Bourguiba, membri di organizzazioni internazionali, lavoratori in continua dislocazione. I tavoli di caffè e ristoranti sono frontiere puntiformi e mutevoli.
E così, entrando in un ristorante della Goulette, una sera, dove si cucina la pasta al dente, ci trovi di passaggio l'ambasciatore italiano in carica, il suo successore e il segretario politico. E ti siedi al tavolo con un altro addetto dell'ambasciata, che parla con accento romanesco marcato, con una ricercatrice di diritto all'università, con A. e con Max, che si rincontrano qui dopo cinque anni, quando si frequentavano a Bangalore, in India. A., siciliano, costruisce reti cellulari, e dopo aver esaurito l'Italia va in giro per il mondo, su incarichi che gli trova il suo agente. Max ha lavorato per alcuni anni in Tunisia come cuoco, dove si è sposato, poi ha accettato un incarico in India. Ora lavora al ristorante "Olive" di Bombay, una catena di ristoranti italiani di prestigio. E' un po' tarchiato e spettinato Max, il corpo rilasciato con noncuranza,la polo spiegazzata e aperta in modo casuale. Io mi dedico a lui e sto ad ascoltarlo, sollecitandolo con qualche domanda, e lui comincia a raccontare senza fermarsi. A raccontare, con accento romagnolo, del suo ristorante con centocinquanta persone di servizio per servire fino a settecento coperti a sera, della mozzarella prodotta in India, dell'orto in cui fa coltivare ogni varietà di erbe ed insalate, della salsiccia al finocchietto, della pasta fresca prodotta a comando dal suo staff di trenta persone.
Max più che sperimentare predilige solidi piatti e cibi tradizionali ma di qualità impeccabile. Ascolto Max evocare, con ampi ed eloquenti gesti della mano, le cascate di prosciutti (bisogna pensare questa frase con accento romagnolo), gli affettati, la bresaola in quantità copiose, mentre le guance gli si fanno ancora più lucide dal piacere, la fonetica dà il senso dell'abbondanza, il gesto di ruscelli di cibo. Max mi racconta di una festa data dal principe del Rajahstan per centocinquanta persone, a molte delle quali è stato pagato il biglietto aereo, e anche lì inondazioni di prosciutti, come gli si riempie la bocca a dirlo. Sua figlia, mi dice Max, parla italiano e inglese e hindi e tunisino, ed è la prediletta di una delle più note star bollywoodiane, frequentatrici abituali del ristorante "Olive".
Stasera A. celebra la sua ultima sera a Tunisi, domani partirà per l'Argentina. E' uno a cui piacciono le donne, A., le ama tutte o quasi, lo capisci da come ti abbraccia mentre si fa la foto ricordo con te, da come ti pizzica la guancia, pur mentre sta flirtando con la sua ragazza del momento che probabilmente non vedrà più. In macchina, mentre ci riaccompagnano verso l'albergo, la moglie di Max gli dice ridendo, "a te piace trombare", facendomi sussultare perché conosco l'abituale riservatezza delle donne tunisine in pubblico. Un nuovo mondo, penso, è racchiuso in quella donna. Prometto che cercherò di andarli a trovare a Bombay, e mi chiedo quando e dove A. e Max si rincontreranno. Qualche giorno fa ho cercato in rete tracce di Max. Le notizie sul ristorante erano molto succinte, ma poi ho trovato una sua foto, in divisa da chef attorniato dai suoi clienti indiani, ho ricomposto quella parte di mondo in cui ora vive, e mi sono commossa. Ma non troverete in rete la storia di Max, di sua moglie e della sua privilegiata figlia, e dei suoi incontri con A., questa storia incredibile di incroci e traiettorie e cosmopolitismi. Né la troverete nei romanzi indiani imbanditi di agnelli rogan josh, pakora, samosa, palak paneer, pane chapati o naan, goolab jamun. La troverete solo nelle persone come me che l'hanno raccolta, e a me fa piacere raccontarla qui.
(foto: antipasti tunisini di quella sera, di cui non rimangono che codeste vestigia in pixel; musica, indiana of course, Ustad Allah Rakha e Zakir Hussain, poi Ravi Shankar, prediletti tra queste quattro mura).

lunedì 11 giugno 2007

Non aprite quella copertina

Fra traduzioni sulle modalità sensoriali della comunicazione e minuziosi tentativi di ricomporre e ritagliare frastagliati concetti come ibridazione culturale e cosmopolitismo sul profilo scaturente da racconti di persone, esperienze in corpore, il mio cervello la sera ha l'aspetto metaforico di uno stanzino stipato di roba alla bell'e meglio, tanto da non potercene mettere più se si vuol chiudere la porta senza che tutto crolli. Prendo Derrida o Warhol in mano, mastico a fatica una frase ripercorrendola quattro volte, poi desisto. E allora mi dico, sarà il caso di far letture più leggere la sera, e dò un'occhiata a Lily la tigre di Alona Kimhi, autrice israeliana il cui libro da noi ha ottenuto (e quando mai no?) nuemerosi apprezzamenti. L'incipit rischia di aggravare l'indigestione da cena armena, procurandomi una congestione, tuttavia mi sforzo di leggere ALMENO una pagina. Ne traggo un florilegio.
Incipit: Sfilo il tappo dal collo della boccetta di cristallo e ne verso il contenuto dentro la vasca che si va lentamente riempiendo.
Secondo capoverso: Adesso il profumo. La precisione nel dosaggio dei componenti è il segreto della perfezione globale. Una a una verso le fialette nere degli oli essenziali.
Terzo capoverso: Nessuno riuscirà mai a convincermi che un bagno con la schiuma sia un semplice trattamento cosmetico. Piuttosto, è un rituale pagano, fatto per rammentare alla donna che ogni abluzione è un ritorno alla schiuma primordiale da cui è nata la Venere che è dentro di lei. Per questo verso il prezioso gel Guerlain senza levare gli occhi dal getto borbottante, finché tutta la vasca è ricoperta da un ricamo di precoce cielo primaverile, soffici nuvole squarciate da nastri viola.
Sarà pure ironico, ma questo non lo rende meno sciatto. Un incipit così lo condanna ad esecuzione immediata senza possibilità di ricorso. Lo butto sdegnata ai piedi del letto, meditando di sbarazzarmene quanto prima bookrossandolo al primo malcapitato, e mentre mi riprendo con una strisciata di Warhol mi riprometto di non usare mai un bagnoschiuma viola. Non si intona alle piastrelle del bagno, e poi non cambierei per niente al mondo la mia verdeggiante verbena tunisina. Clic. Dissolvenza. Sogno nostalgici canti armeni alla tastiera elettrica e danze gioiose che ricostituiscono patrie in improvvisati carrefours.

venerdì 8 giugno 2007

murale, jadaryia

















Ecco il tuo nome,
disse una donna, e scomparve nel cunicolo sinuoso...

(Hadha hua ismuka
qalt imratun
u ghabat fi -l marra al-lulbyya
)

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l'ala di una colomba bianca mi porta
a un'altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.

(Ara al-masa' hunaka fi mutanauali al-aidi
u ihmluna jnahu hmama bi sa'an
sauba tufula ukhra ulman ahlum ba'ni
kuntu ahlumu. Kullu shay' uaqa'i
)

So che abbandono me stesso...
e m'involo. Sarò ciò che diventerò
nell'ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell'assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo è apparso per dirmi:
"Che cos'hai fatto, laggiù, sulla terra?".


E non ho udito l'esultanza dei giusti,
né il lamento dei peccatori. Sono solo, nel biancore,
solo...
Nulla mi addolora sulla soglia della resurrezione,
non il tempo né i sentimenti.
Non sento la leggerezza delle cose né il peso dei tormenti. Non trovo a chi domandare:
Dov'è, ora, il mio dove? Dov'è la città dei morti e io, dove sono? Non c'è il nulla,
qui, nel non-qui... nel non-tempo,
e non c'è esistenza.

Come se fossi già morto prima d'ora...
So cos'è questa visione, so che
sto andando verso l'ignoto. Forse
in qualche luogo continuo a esser vivo
e so ciò che voglio...

Un giorno sarò ciò che voglio.

(sa'sir yuman ma uridu)

Un giorno sarò un'idea. Nessuna spada la porterà
alla terra desolata, nessun libro...
Come pioggia su una montagna spaccata
allo spuntare di un filo d'erba,
non vincerà la forza
né la giustizia smarrita.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò uccello, dal nulla trarrò
la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano
avvicino la verità, rinasco dalla cenere. Sono il dialogo
dei sognatori, ho rinunciato al corpo e a me stesso
per completare il primo viaggio verso
il significato, che mi ha bruciato dileguandosi.
Sono l'assenza. Sono il celeste
fuggiasco.

Un giorno sarò ciò che voglio.

(Mahmoud Darwish, Murale, epoché, pp. 9-11, trad. Fawzi ad-Delmi. foto, Mahdyia, Tunisia, agosto 2006. I versi saranno gradualmente affiancati dalla versione originale traslitterata, per il piacere del suono)

mercoledì 25 aprile 2007

Liberazione!!!!

Guardo con aria soddisfatta e lievemente inebetita il rapporto finale del formulario elettronico Epss per inserire i progetti europei, dopo che ho finito, sembra correttamente, di inserire dati e testo del progetto, nonostante alcuni accadimenti tragicomici. Proprio in quei giorni mi hanno staccato telefono e Adsl, il mio editor è prima andato ad Atene e poi mi ha fatta spantecare per correggermi il testo perché prima doveva mandare una raccomandata. Un mio amico perfezionista che mi aiutava dall'America mi ha infarcito il file di marcature di correzioni che mi ci è voluta una vita per toglierle. Infine mi hanno rubato il telefonino. Sono indecisa se credere al malocchio o solo alla cieca sfiga che talora raggiunge dense condensazioni statistiche. Ma beh, in qualche modo è andata. E' solo il primo stage e so che la competitività è forte, che se anche passo il primo vai a vedere il secondo etc. Ma lavorare a questo progetto mi ha appassionata. In un mese sono riuscita ad aggiornarmi sulla letteratura sull'immigrazione. E poi è così bello, nel leggere, quel processo mentale che comincia a operare connessioni e a formare strutture cognitive, che poi troveranno forma in un testo argomentato. A volte le idee mi vengono leggendo, ma talora capita anche mentre non sto facendo nulla, passeggio, porto a spasso le buste della spesa. E' un'attività mentale che diventa continua, che costituisce una tela di fondo quotidiana, un brusìo costante, talora.
Ho deciso quindi di postare la lista dei libri che ho sfogliato, compulsato, consultato, letto, circa sessanta, per due motivi. Perché i lettori che passano da queste parti, tenendo conto che una metà di italiani leggono un libro l'anno, e calcolando una percentuale di abbattimento visto che un terzo scarso di questi testi è stato letto integralmente, mi dia un consiglio per quanti anni posso essere dispensata dalla lettura. Poi, se volete fare un gioco, potete sempre tentare di indovinare quali erano gli assi portanti del progetto. Io ora, per rilassarmi, ho cominciato a leggere Il Mondo della mente di Mario Galzigna, e visto che ero allenata sono già a pagina settanta e presto cercherò di scrivere la recensione promessa.
et voilà la liste:
-Stefano Allievi, 2002, Musulmani d’Occidente. Tendenze dell’Islam europeo, Roma, Carocci. (Cedoc Ismu, REL/5554)
-Stefano Allievi, Felice Dassetto, 1993, Il ritorno dell’Islam, Roma, Edizioni Lavoro, REL/1385
-Stefano Allievi, Jorgen S. Nielsen, Muslim network and Transnational communities in and across Europe, vol. 1, Brill, Leiden, 2003. (biblioteca personale)
-Gerard Althabe, Monique Selim, 1998, Démarches ethnologiques au présent, Paris, L’Harmattan.
-Maurizio Ambrosini, Sociologia delle migrazioni, Il Mulino 2005.
-Maurizio Ambrosini, 2006, Costruttori di integrazione. Gli operatori dei servizi per gli immigrati, Fondazione Ismu, Regione Lombardia, Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità, Milano(biblioteca personale).
-Jean-Loup Amselle, 1999, Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove, Bollati Boringhieri, Torino. (biblioteca personale)
-Arjun Appadurai, 1996, Modernity at large: cultural dimensions of globalization, London, University of Minnesota press (fotocopie, biblioteca personale).
-Gianfranco Bettetini, 2003, Capirsi e sentirsi uguali. Sguardo sociosemiotico al culturalismo, Milano, Bompiani. (biblioteca personale)
-Homi Bhabha, 1994, The location of culture, Routledge, London/New York, (Bic 306.0904 BHAH.LOC/2004).
-Dan Bechmann, Ville et immigration, Priére d’insérer, L’Harmattan 1995. (Bic. Dip. Sc.Umane)
- Rita Bichi, 2000, La società raccontata : metodi biografici e vite complesse, Milano, Franco Angeli (fotocopie, biblioteca personale) .
- Rita Bichi, Giulio Valtolina, 2007, Nodi e snodi. Progetti e percorsi di integrazione degli stranieri immigrati, Franco Angeli, Milano. (biblioteca personale)
- Simona Bodo, Silvana Cantù, Silvia Mascheroni, Progettare insieme per un patrimonio interculturale, Quaderni Ismu 1/2007. (biblioteca personale)
- John R. Bowen, “Beyond migration: Islam as a transnational public space”, Journal of ethnic and migration studies, vol. 30, n. 5, pp. 879-894.
- Massimo Campanini, 2003, Islam e politica, Bologna, Il Mulino. (Cedoc Ismu, REL/4937)
- Lisa Capps, Elisabeth Ochs. 1996, Narrating the Self, “Annual Review of Anthropology”, vol. 25, pp. 19-43 (biblioteca personale, formato pdf).
- Tiziana Caponio, 2005, “Policy networks and immigrants’Associations in Italy: the cases of Milan, Bologna and Naples”, Journal of ethnic and migration studies, vol. 31, n. 5, pp. 931-950 (fotocopie, biblioteca personale) .
- Caritas, 2001, Dossier Statistico immigrazione, Roma (biblioteca personale)
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sabato 14 aprile 2007

impossible homecoming


La luce è più densa e comincia a permeare spazi, stanze e case. Si può finalmente lasciare che una leggera brezza, che sa di aria buona, circoli dai balconi aperti. Un mescolìo di pigolare di uccelli e voci di bambini e adulti, e il grande albero che frondoso mi protegge dalla luce. Lavorare è dolce in questo pomeriggio e a questa scrivania, che è il mio kauwa-auwa, esplorando i meandri del concetto di ibridazione.
Sono affascinata tra l'altro dalla lettura di migrancy, culture, identity di Iain Chambers, uno dei primi ad avere introdotto il concetto di ibridazione. A pagina 12,nel capitolo Migrant Landscapes, Chambers cita questa frase di Edmond Jabès.

L’étranger te permets d’être toi-même, en faisant, de toi, un étranger.

Penso a De Certeau e al modo in cui si potrebbe dispiegare questa frase, ma ho altro da fare e spero e credo se la sappia cavare da sola.

sabato 10 marzo 2007

The namesake


Namesake significa omonimo. E' il titolo di un romanzo di Jumpa Lahiri trasformato in film da Mira Nair, una storia di nomi dalla profonda valenza metaforica che si intrecciano con destini in-between. La prima scena mostra un giovane studente indiano, Ashok Ganguli, che legge in treno una raccolta di racconti di Gogol, convinto che la letteratura sia un modo di viaggiare, ma il suo compagno di scompartimento lo esorta a sperimentare il viaggio sulla sua pelle, prima che il treno abbia uno scossone. Cambio di scena, e ritroviamo il giovane studente divenuto insegnante negli Stati Uniti, e convenuto a un incontro combinato dai genitori con la bella Ashima, che prima di vederlo prova le sue scarpe inglesi lasciate sulla soglia, quasi a volersi mettere nella sua pelle. E giungono per Ashima il trasferimento negli Usa, il freddo, la solitudine, il disorientamento, il primo figlio. In India si usa prima dare un soprannome al bambino per qualche anno, poi un nome definitivo, ma le esigenze amministrative portano a imporgli un nome in tutta fretta. Il padre decide per Gogol. Poi nasce Sonia, la cui personalità futura verrà indicata da uno degli oggetti posti su di un vassoio che lei sceglierà. Il salto generazionale è profondo, i figli della coppia divenuti adolescenti si sentono americani e mal si adattano a un primo viaggio in India dopo molti anni. Gogol comincia a detestare il suo nome che suona caricaturale agli occhi altrui, e assume quello di Nikhil. Diviene architetto, instaura una relazione con una bella e bionda Wasp, la cui madre è addetta ai tessuti del Moma. Sonia va in California, e i genitori, smarriti da questa distanza fisica ed emotiva con i figli a cui non sono abituati, restano soli. Fino al giorno in cui Ashok, trasferitosi a Cleveland per un semestre di insegnamento, non muore improvvisamente per un infarto, e a Gogol, nei dintorni a passare le vacanze con Maxine, tocca andare a riconoscerlo. La scena in cui Gogol entra nel piccolo e freddo appartamento del padre è una delle più toccanti del film. Vedendo le sue scarpe, lo immagina nell'atto di infilarle. Entra nella stanza da letto e trova ancora l'impronta fresca del corpo del padre sul lenzuolo, le coperte scostate. Questo evento lo porta a riavvicinarsi alle sue origini, e a caricarsi del compito di assumere il lutto e andare a celebrare il funerale di Ashok in India. Le incomprensioni con Maxine, per la quale il rapporto di coppia è centrale e che non comprende il bisogno di Gogol di vicinanza con la famiglia, portano a rompere il rapporto. Gogol finirà per sposare Moushumi, preferita dalla madre, ma non è così semplice tornare alle tradizioni di famiglia. Moushumi, che ha avuto un'intensa esperienza di vita in Francia, si rivelerà insofferente al legame, terrorizzata dall'idea di vivere in un mondo cintato e limitato, e riallaccerà una storia con un amante francese. Gogol, ritornato libero, comincerà a esplorare se stesso attraverso il viaggio, riconducendosi in questo modo all'eredità simbolica consegnatagli dal padre, che scampato ad un disastroso incidente ferroviario aveva deciso di conoscere nuovi mondi. Il personaggio più bello è la delicata Ashima, che esprime i suoi sentimenti senza mai dirli, che deve tessere difficili connessioni tra ciò che ha alle spalle e ciò che affronta negli Stati Uniti, far fronte alla solitudine. Anche il suo nome, che significa "senza limiti", è una metafora del suo percorso di vita. Deciderà di vivere metà dell'anno presso i figli in America (Sonia ha sposato un americano) e metà in India, dove riprenderà a cantare.
L'ultima inquadratura la mostra in India mentre intona una melodia acuta e toccante, i capelli sciolti e il volto sereno. Mira Nair è riuscita a rendere nel film, che ai miei occhi è il suo più bello, complesso e riuscito, la pacatezza, la delicatezza e la discrezione dello stile narrativo di Jumpa Lahiri. E non a caso è proprio la finezza della storia a dare corpo al film. Che va visto con il sonoro originale, un continuo switching tra hindi e l'inglese indiano dalla pronuncia nasale. La metafora sottesa al film, quella della vita come viaggio iniziatico, mediazione tra mondi, oltrepassamento dei confini, e viaggio reale che apporta ricompense meritevoli dei sacrifici sostenuti, è trasmutata in vite complesse e non facili, ma che portano a vivere in spazi s-confinati.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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