Ristabilire confini
Si è concluso dimessamente, in sordina, questo periodo di lavoro allo sportello d'aiuto della Stazione. Si pensa che le fini da chissà quale peso simbolico debbano essere contrassegnate e invece no, è solo la dissolvenza di un'ora nell'altra, una giornata nell'altra, un impercettibile cambiamento nell'ordine delle cose mentre tutto gira intorno come sempre. Oggi era stata organizzata una giornata di formazione trasformata a livello istituzionale in evento di richiamo per i media. Io sono rimasta sola allo sportello, a confrontarmi con una coda quasi continua che strideva con l'atmosfera da deserto dei tartari dei giorni precedenti. Le richieste delle persone, le loro esitazioni, le attese, gli indugi, le lentezze, le mute richieste, le preghiere, mi strappavano lingue di energia crepitante come un fuoco che sta per spegnersi, lasciandomi esausta, irritata, impaziente. Sentivo le mani sporche, e le tracce delle guance che si erano appoggiate alla cornetta del telefono, di respiri che mi invadevano e respingevano.
Arriva, dopo un tempo non troppo lungo, in questo lavoro, una fase che segue la spinta di fusione e immedesimazione iniziale. Tu sei tu, gli altri sono gli altri, tu hai la loro vita, loro la loro. E continui con questo surreale lavoro di tourist informations per poveri, nel quale la richiesta di un letto in dormitorio per un nuovo arrivato è pari a quella di un albergo, con lo stesso tipo di indicazioni sui percorsi, le condizioni di alloggio, i tentativi di questi particolari viaggiatori di orientarsi nelle informazioni. Sai che molti di loro non troveranno un posto dove dormire, e preghi dentro di te che un modo per abituarsi lo trovino, perché è tutto quel che possono fare. Chi fa un lavoro del genere, uscito da quel posto, dovrebbe recarsi a coltivare un orto, curare il suo giardino, cucinare piatti armoniosi e lievi, se plonger dans le découpage, e non andare a occuparsi di manipolare concetti, e nemmeno dei figli né di riordinare la casa, dovrebbe solo dedicarsi, come una specie di monaco, a incamerare armonia per poi emanarla a sua volta. Oggi è venuto un uomo che mi ha chiesto se vi fossero richieste di lavoro, mi ha detto che è uscito di prigione, che non trova nulla, nulla, nemmeno sulla lista degli invalidi civili, e che devo fare un altro reato? Nel dargli la lista dei centri di orientamento al lavoro gli ho detto, non devi mai smettere di tentare, non arrenderti, ma lui, esasperato, ha voltato la schiena e se n'è andato. E' venuto uno il cui odore d'alcool perforava i vetri dello sportello, mandando un curriculum per un lavoro, e io mi sono detta, questo qui chi se lo prende. Il gestore di una cooperativa mi ha detto di essere interessato a passarci annunci di lavoro, spero i miei colleghi li accettino. E' venuto un frequentatore abituale dello sportello, sorprendentemente commosso per la mia partenza, perché, diceva lui, quando si comincia a stabilire un dialogo, eppure non mi sembrava si fosse intessuto alcun rapporto speciale. Qualche giorno fa era venuto D., che improvvisamente, ad un certo punto, aveva cominciato a dirmi: "A me non mi vuole bene nessuno". E poi che voleva tornare dalla sua famiglia, dalla madre di quasi novant'anni, ma che prima doveva capirsi, conoscersi, e poi che non si perdonava per il male che aveva fatto, per essersi speso i soldi a puttane, per aver tradito la sua compagna mentre era ubriaco, anche se lei lo perdonava. E io che gli dicevo che come si fa a capirsi se non ci appoggiamo agli altri, e che si doveva perdonare, e lui, sono orgoglioso, lo so che se voglio ne esco, e allora, gli dicevo io, escine, torna da tua madre prima che sia troppo tardi. Ad un certo punto si è messo a piangere, poi mi ha detto scusa se ti ho portato via del tempo, e io gli ho risposto no, mi fa piacere parlare con te, ma mi osservavo dall'esterno come se in tutto quello che dicevo fosse una nota falsa, come se tutto fosse vero e allo stesso tempo parte di un'eterna rappresentazione. Gli ho detto torna a trovarmi, e lui io non prometto niente, e io ma pensaci, e poi me ne sono andata, maledetta piscina, maledetti orari dai quali continuiamo a farci inscatolare la vita. Se fossi restata avrei potuto fare qualcosa di più, agganciarlo in qualche modo? Lui non è più tornato per una settimana, ipotizzo che non sia casuale.
Entrano dei giornalisti, mi fotografano, mentre faccio finta di far qualcosa. Domani apparirò, ironicamente, sui giornali, a rappresentare un posto in cui non ci sono più. I momenti di stillicidio, il confronto spossante con le esistenze ai margini di tutti i giorni, diventeranno istituzione sui giornali, un fascio di compiti e di attività, e tutto sembrerà un efficiente ingranaggio.
S. mi porta una grande guantiera nella quale vagano come sperduti alcuni vol au vents e dei dolcetti alla crema, al cioccolato. Li deglutisco automaticamente, in una sorta di rito d'addio, dimesso come è giusto che sia.