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venerdì 12 ottobre 2007

'Aidkum mabrouk!!

In questi giorni ho trascritto delle interviste per una relazione in ritardissimo che devo consegnare. Tra cui quelle a B. e S., marito e moglie siriani, fatte circa ad un mese di distanza, durante e dopo il Ramadan. Si tratta di musulmani piuttosto ortodossi, lei porta lo hijab, frequentano quotidianamente o quasi la moschea, evitano di restare da soli con un non parente dello stesso sesso per paura che Shaitan si possa insinuare tra di loro. E' un matrimonio combinato, eppure quanta delicatezza, quanto rispetto da parte di B. per la moglie, per il suo livello culturale, per il fatto che vorrebbe che lei migliorasse l'italiano (non lo parla quasi) e si inserisse in società, perché per lui non è certo la cosa più importante che lei cucini e tenga pulita la casa. Mi commuovo per i sentimenti che queste due persone mi hanno consegnato, paure, speranze, conflitti, squarci di vita intima interiore e familiare. Poi riascolto la parte in cui B. mi racconta della sua attenzione per la vicina, che lavora sempre, con un fratello handicappato. E del fatto che le ha voluto fare un regalo a Natale, per quanto i loro rapporti siano quasi inesistenti. E però si rammarica che né lei, né nessuno gli abbiano fatto gli auguri dell'Aid. Questo mi ricorda che proprio in questi giorni (il potere delle coincidenze) dovrebbe essere l'Aid. Oggi in piscina mi dico che dovrebbe essere oggi o domani. E passando dal macellaio egiziano a comprare l'acqua glielo chiedo: "Quand'è l'Aid". "Oggi". "'Aid Mabrouk allora". "Ma tu conosci l'Aid allora, e il Ramadan e tutto?". "Sì, ho amici arabi, e poi ho passato il Ramadan due volte in Tunisia". "Grazie signora grazie". Me lo ripete sorridendo due volte, tutto contento, mentre esce apposta fuori dal bancone per salutarmi. Penso che magari chiamo A. e scrivo a M., per far loro gli auguri.
Avevo portato a casa di B. delle caramelle per la figlia, e B., quando ci siamo congedati, mi ha detto che non poteva lasciar partire un'ospite senza fare un dono, perché in Siria si fa così. Mi ha dato un portapenne con un disegno simile a quelli tradizionali su ceramiche e stucchi, con su la scritta di Aleppo, la sua città, che è sulla mia scrivania, e sei bicchieri con il bordo d'oro, che serbo ancora. ('Aid el Fitr (ftur, pasto, la rottura del digiuno)o Sghrir, piccolo, è la festa che chiude il Ramadan, in cui si danno elemosine e si offrono pasti ai poveri, si comprano montoni da sacrificare e distribuire, ci si scambia regali e si comprano i vestiti nuovi per i bambini).
postilla: mi si dice che in Egitto l'Aid si festeggia domani. Insomma, c'è ancora tempo per fare gli auguri.

mercoledì 3 ottobre 2007

è nato ibrid@menti

Ho cominciato a scrivere in rete, dopo aver ignorato a lungo il fenomeno, mentre mio marito aveva già iniziato da tempo, attratta dai discorsi interessanti e creativi che vi si dispiegavano, dalla possibilità di conoscere persone ricche, appassionate e interessanti, con le quali intessere discorsi che rendevano la mia casa, dove lavoravo, un nodo di una rete estesa e articolata di relazioni. Per certi versi non è stato facile, perché mi sono trovata a dibattermi nei dilemmi della convivenza tra parti del mio Sé che normalmente erano separate dalla mia persona pubblica, quella di antropologa, e per la quale pensavo fosse giusto mantenere un certo livello di formalità, se così si può dire. Le negoziazioni tra i Self continuano, ma posso dire che il fatto di avere un blog mi ha permesso di integrare diversi aspetti del mio Sé. Poiché però non posso fare a meno, nel vivere, di osservarmi e di osservare, e di interpretare secondo le categorie e i filtri analitici che costituiscono parte integrante di me, ho sempre pensato che sarebbe stato bello poter raccontare gli aspetti ricchi, innovativi e profondi del mondo della comunicazione in rete. Saluto perciò con profonda contentezza la nascita di ibrid@menti, nato da un'idea di intelligenza connettiva e con la partecipazione di william nessuno, e che inaugura un dialogo collaborativo e creativo tra l'università, in questo caso la Cà Foscari di Venezia, e le persone che, mettendosi in rete, hanno assunto in prima persona la responsabilità delle loro prese di posizione, hanno messo in circolo sguardi sul mondo, condiviso le loro vite, espresso forme di creatività, rendendo il quotidiano di tutti più ricco. L'università si apre al mondo, divenendo permeabile. Tra i partecipanti al blog ci sono molte persone che conosco. Per una serie di strane coincidenze e di intenzioni, la nostra rete si è stretta intorno a ibrid@menti.Ma credo che il parere di tutte le persone con cui ho dialogato da quando ho aperto questo blog sarebbe prezioso, perciò le invito caldamente a farlo. L'immagine di Oeils murales, che a me piace tantissimo, è di Will. Con un augurio di un fruttuoso ibridamento a tutti, comunque accada.

martedì 2 ottobre 2007

in cui si parla di borhan


A me, per quei singolari meccanismi delle associazioni mentali, il nome Buràn mi rimanda a borhan, la prova che un wali, una sorta di santo musulmano, mediatore tra gli uomini e Dio, dà della sua forza, soprattutto in situazioni di crisi e conflitto, smuovendo quindi il tessuto delle leggi ordinarie. Buràn, giornale online dalla raffinata veste grafica che opera mediazioni tra vite e forme di creatività e di espressione in rete, è un po' una dimostrazione della forza della rete di dar vita a un intreccio di voci che brulicano incessantemente nel mondo, si trasmettono attraverso il tempo, lanciate, esposte dagli angoli più disparati. Buràn è un portale, una conurbazione che apre porte su flussi di coscienza, scritture disseminate, io narranti che non delegano più ad altri il compito di parlare per loro, di far cronaca da dietro un vetro e provvisti di pinze. Crocevia autobiografici in cui vediamo continuamente la Storia intrecciarsi con singole esistenze, afferrando la portata di questo movimento prima di ogni concettualizzazione teorica, parole vissute nella carne di corpi e di luoghi, di cangianti configurazioni spaziotemporali. E che in questo numero, dedicato al conflitto, ci mostrano attraverso occhi di altri come il conflitto, a livello politico, storico, individuale e interpersonale può essere vissuto, aiutandoci a tracciare un quadro di somiglianze e differenze inestricabilmente intrecciate. Buràn è un porto, un sito di sosta temporanea da cui avviare cammini di erranza seguendo le tracce di chi ha già tracciato un percorso, arrivando a destinazioni sconosciute, rendendole note, ricreando i discorsi in lingua italiana. E' una delle possibili strade che la logica del dono e dello scambio, dell'ascolto sensibile della voce dell'altro, del coinvolgimento immaginativo in vite altrui può prendere in rete. Che non è poi altro che una dimensione rivelatrice della ricchezza, complessità e stratificazione delle vite.

sabato 21 luglio 2007

Una conclusione Amara

Di solito a me, i libri, mi piace leggerli ad almeno un anno dalla loro uscita, quando luci e clamori non ci sono più, per affrontare un testo a mente sgombera da altre parole, che ne filtrino la lettura. Così è stato per Amara Lakhous, scrittore algerino, dottorando in antropologia almeno all'epoca della pubblicazione del suo libro, che parla un italiano pressoché perfetto. A Torino ho comprato il suo "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" (e/o). Perché volevo capire cosa ne fa un antropologo dei suoi strumenti cognitivi quando scrive un romanzo. E l'ho capito, lentamente, sorprendendomi per l'abilità di depistaggio dello scrittore, per la complessità del testo che si sfoglia capitolo dopo capitolo, strato dopo strato, rivelandosi solo alla fine nella sua pregnanza.
Ora, Lakhous ha vinto un premio Flaiano per questo libro, che è stato molto pubblicizzato come "gaddiano", per il linguaggio e per la cornice polifonica. E io mi chiedo, definire come gaddiano questo libro ci dice qualcosa, tutto su di esso, ci aiuta a comprenderne la specificità, oppure c'è bisogno di altri strumenti, che non siano meramente quelli dell'analisi letteraria, per trarne fuori, comprenderne e comunicarne, la specificità? In effetti, io di linguaggio gaddiano ne ho trovato poco. Poche e scarne parole o espressioni in dialetto, niente a vedere con l'invenzione letteraria di una lingua, anche se per certi versi la struttura del testo, la resa dei personaggi rimandano al Gadda del "Pasticciaccio"
Quello che trovo peculiare di questo romanzo è il suo girare attorno ad una questione focale, avvicinandosi al nucleo come per cerchi concentrici, e allo stesso tempo scendendo in profondità, dalle apparenze superficiali a ciò che di più sepolto vi è nel protagonista, Amedeo. Scoperta che procede di pari passo con la mutazione del registro linguistico, da umoristico a drammatico.
Fin dall'inizio sappiamo che un tale chiamato Amedeo è accusato di omicidio. Ci ragiona su tutta una galleria di condomini che conosce Amedeo, e che tira in ballo al tempo stesso una serie di stereotipi sull'altro e alcuni lampi illuminanti sulla sua storia personale. L'iraniano Parvez, rifugiato, alcoolizzato, che odia la pizza e la pasta, che a suo dire fa ingrassare, e la cui mente va con orgoglio al natìo riso, filo che lo lega strettamente alle sue origini. L'impicciona portiera napoletana Benedetta, piena di stereotipi nei confronti degli stranieri, e devo dire che mi piace che sia una napoletana ad essere razzista, perché sono piuttosto avversa allo stereotipo positivo, quasi da buon selvaggio, del napoletano sempre accogliente e ospitale. Per Benedetta l'assassino è un immigrato. E tutti gli immigrati si confondono in un calderone. Parvez è per lei albanese, mangia gatti e cani, forse il colpevole è proprio lui.
Com'è l'Amedeo che esce fuori dalle descrizioni dei personaggi del condominio? Parla perfettamente l'italiano, senza accento. E' sempre gentile con la portiera, altruista e servizievole con gli altri immigrati, non fa domande inopportune e grossolane sull'Islam. Non si è mai lamentato del cane Valentino, per il quale Elisabetta nutriva un amore morboso, e che è stato barbaramente ucciso da ignoti. E' italiano, sposato con un'italiana,insomma, e non un immigrato, quindi un potenziale criminale. E' l'inquilino migliore del condominio, quello che non parla mai male di nessuno, prova compassione e comprensione per i problemi di tutti. E' un lavoratore, il che lo distingue agli occhi di Antonio Marini, condomino settentrionale, da quei fannulloni che sono gli immigrati, e che comportano in tutto e per tutto come i meridionali. Ama cornetto e cappuccino. E poi, conosce la storia romana, in particolare quella dell'Africa romana, Sant'Agostino e il Vangelo. E qui, la vostra antropologa è caduta in una madornale svista, esclamando vittoriosamente dentro di sé "è tunisino!" e gongolando perché convinta di essere tra le poche che a questo punto capivano l'identità di Amedeo. Perché Sant'Agostino è patrimonializzato dai tunisini, che vi stanno dedicando ultimamente molti studi, e lo menzionano nelle guide turistiche come figlio del paese, a causa del suo lungo soggiorno a Cartagine. La mia convinzione si è rafforzata quando ho letto il riferimento di Amedeo a Giugurta, definito "il nostro grande guerriero", dal momento che in Tunisia si trova il luogo dove il re numida fu sconfitto. I capitoli in cui Amedeo parla in prima persona, esprimendo in un lungo ululato tutto il suo smarrimento di fronte alle situazioni problematiche degli altri, si alternano ai racconti dei condomini. Qui, nell'introduzione della memoria storica, avviene una svolta. Si comincia a conoscere qualcosa dell'identità di Amedeo, che consiste nel suo possesso e nella sua interpretazione di una parte di storia antica, comune agli italiani, ma speculare, perché per lui i romani sono stati dei traditori, che hanno fiaccato Giugurta tenendolo a digiuno di acqua e cibo prima di esporlo al Colosseo. Mi sbagliavo. Perché Sant'Agostino è nato vicino ad Annaba, città algerina di confine rispetto alla Tunisia, e anche il territorio di Giugurta si trovava tra i due paesi.
E in effetti, dopo un po' veniamo a sapere che Amedeo si chiama in realtà Ahmed. Ma in realtà a nessuno interessa addentrarsi nel suo passato e nelle sue origini, nemmeno alla moglie Stefania, per la quale Amedeo è il presente, qualcuno per lei, che si è assimilato per lei, e il resto non la riguarda. Ma questa relazione si fonda, paradossalmente, su un tragico equivoco di tipo orientalista, nel quale Amedeo viene confuso con Rodolfo Valentino, con romantici stereotipi desertici, "misterioso come il Sahara". Una porzione di Oriente inconoscibile, tra stereotipi e assimilazione/fagocitamento. E in fondo, anche Amedeo vuole prendere le distanze dal passato, che si rifà presente nei suoi incubi, e appare dolorosamente solo alla fine, nel racconto del suo amico Abdallah. Il passato di Ahmed si chiama Bàgia, la sua fidanzata algerina, uccisa dai terroristi. Risiede nella nostalgia per il Ramadan, la voce del muezzin, il cuscus, la zlabia, la harira, la voce materna.Amara Lakhous "sfoglia" così, strato dopo strato, l'identità di Ahmed, la cui parte araba non è certo il fondamento roccioso, poiché Ahmed dimostra di poter assimilare altri elementi, arricchendoli, traducendo, attraversando frontiere come un contrabbandiere di beni, e tuttavia è una parte imprescindibile di lui, costitutiva del suo passato, che in fondo a nessuno interessa.E che resta passato che non passa, spada che lo trapassa.
E poi, viene fuori che l'assassina del Gladiatore, vero romano de Roma, era la padrona del cagnolino. Perché, in mezzo a tutti gli immigrati del palazzo, sapiente perfidia dell'autore, era lui quello che pisciava nell'ascensore del condominio, metafora di uno spazio condiviso, stuprando la badante boliviana scambiata per filippina, organizzando combattimenti clandestini di cani.
E io mi sono pentita, di non aver letto prima il libro di Amara Lakhous, variante di 'Umar, Omar, Amor, per poter discutere con lui a Torino di quest'abile storia che prende garbatamente in giro il lettore, rovesciando lo sguardo, prendendo ad oggetto in modo ironico noi, gli italiani. Ma chissà, un giorno forse capiterà. Chi ha letto il suo libro saprà che alla fine c'è la sua mail, amaralakhous@yahoo.it, che mi sembra un gran segno di disponibilità.

giovedì 28 giugno 2007

Ristabilire confini

Si è concluso dimessamente, in sordina, questo periodo di lavoro allo sportello d'aiuto della Stazione. Si pensa che le fini da chissà quale peso simbolico debbano essere contrassegnate e invece no, è solo la dissolvenza di un'ora nell'altra, una giornata nell'altra, un impercettibile cambiamento nell'ordine delle cose mentre tutto gira intorno come sempre. Oggi era stata organizzata una giornata di formazione trasformata a livello istituzionale in evento di richiamo per i media. Io sono rimasta sola allo sportello, a confrontarmi con una coda quasi continua che strideva con l'atmosfera da deserto dei tartari dei giorni precedenti. Le richieste delle persone, le loro esitazioni, le attese, gli indugi, le lentezze, le mute richieste, le preghiere, mi strappavano lingue di energia crepitante come un fuoco che sta per spegnersi, lasciandomi esausta, irritata, impaziente. Sentivo le mani sporche, e le tracce delle guance che si erano appoggiate alla cornetta del telefono, di respiri che mi invadevano e respingevano.
Arriva, dopo un tempo non troppo lungo, in questo lavoro, una fase che segue la spinta di fusione e immedesimazione iniziale. Tu sei tu, gli altri sono gli altri, tu hai la loro vita, loro la loro. E continui con questo surreale lavoro di tourist informations per poveri, nel quale la richiesta di un letto in dormitorio per un nuovo arrivato è pari a quella di un albergo, con lo stesso tipo di indicazioni sui percorsi, le condizioni di alloggio, i tentativi di questi particolari viaggiatori di orientarsi nelle informazioni. Sai che molti di loro non troveranno un posto dove dormire, e preghi dentro di te che un modo per abituarsi lo trovino, perché è tutto quel che possono fare. Chi fa un lavoro del genere, uscito da quel posto, dovrebbe recarsi a coltivare un orto, curare il suo giardino, cucinare piatti armoniosi e lievi, se plonger dans le découpage, e non andare a occuparsi di manipolare concetti, e nemmeno dei figli né di riordinare la casa, dovrebbe solo dedicarsi, come una specie di monaco, a incamerare armonia per poi emanarla a sua volta. Oggi è venuto un uomo che mi ha chiesto se vi fossero richieste di lavoro, mi ha detto che è uscito di prigione, che non trova nulla, nulla, nemmeno sulla lista degli invalidi civili, e che devo fare un altro reato? Nel dargli la lista dei centri di orientamento al lavoro gli ho detto, non devi mai smettere di tentare, non arrenderti, ma lui, esasperato, ha voltato la schiena e se n'è andato. E' venuto uno il cui odore d'alcool perforava i vetri dello sportello, mandando un curriculum per un lavoro, e io mi sono detta, questo qui chi se lo prende. Il gestore di una cooperativa mi ha detto di essere interessato a passarci annunci di lavoro, spero i miei colleghi li accettino. E' venuto un frequentatore abituale dello sportello, sorprendentemente commosso per la mia partenza, perché, diceva lui, quando si comincia a stabilire un dialogo, eppure non mi sembrava si fosse intessuto alcun rapporto speciale. Qualche giorno fa era venuto D., che improvvisamente, ad un certo punto, aveva cominciato a dirmi: "A me non mi vuole bene nessuno". E poi che voleva tornare dalla sua famiglia, dalla madre di quasi novant'anni, ma che prima doveva capirsi, conoscersi, e poi che non si perdonava per il male che aveva fatto, per essersi speso i soldi a puttane, per aver tradito la sua compagna mentre era ubriaco, anche se lei lo perdonava. E io che gli dicevo che come si fa a capirsi se non ci appoggiamo agli altri, e che si doveva perdonare, e lui, sono orgoglioso, lo so che se voglio ne esco, e allora, gli dicevo io, escine, torna da tua madre prima che sia troppo tardi. Ad un certo punto si è messo a piangere, poi mi ha detto scusa se ti ho portato via del tempo, e io gli ho risposto no, mi fa piacere parlare con te, ma mi osservavo dall'esterno come se in tutto quello che dicevo fosse una nota falsa, come se tutto fosse vero e allo stesso tempo parte di un'eterna rappresentazione. Gli ho detto torna a trovarmi, e lui io non prometto niente, e io ma pensaci, e poi me ne sono andata, maledetta piscina, maledetti orari dai quali continuiamo a farci inscatolare la vita. Se fossi restata avrei potuto fare qualcosa di più, agganciarlo in qualche modo? Lui non è più tornato per una settimana, ipotizzo che non sia casuale.
Entrano dei giornalisti, mi fotografano, mentre faccio finta di far qualcosa. Domani apparirò, ironicamente, sui giornali, a rappresentare un posto in cui non ci sono più. I momenti di stillicidio, il confronto spossante con le esistenze ai margini di tutti i giorni, diventeranno istituzione sui giornali, un fascio di compiti e di attività, e tutto sembrerà un efficiente ingranaggio.
S. mi porta una grande guantiera nella quale vagano come sperduti alcuni vol au vents e dei dolcetti alla crema, al cioccolato. Li deglutisco automaticamente, in una sorta di rito d'addio, dimesso come è giusto che sia.

giovedì 21 giugno 2007

tortellini a bombay

Tunisi è una città piccola, dove puoi incontrare facilmente le persone che conosci, i membri dell'élite intellettuale e delle comunità straniere, vi è fitta circolazione di persone, e le amicizie nascono e si ramificano come un lussureggiante ventaglio. Tunisi è una città grande, un portale di gente di passaggio, ricercatori da tutto il mondo, studenti africani, arabofili che studiano la fusha al Bourguiba, membri di organizzazioni internazionali, lavoratori in continua dislocazione. I tavoli di caffè e ristoranti sono frontiere puntiformi e mutevoli.
E così, entrando in un ristorante della Goulette, una sera, dove si cucina la pasta al dente, ci trovi di passaggio l'ambasciatore italiano in carica, il suo successore e il segretario politico. E ti siedi al tavolo con un altro addetto dell'ambasciata, che parla con accento romanesco marcato, con una ricercatrice di diritto all'università, con A. e con Max, che si rincontrano qui dopo cinque anni, quando si frequentavano a Bangalore, in India. A., siciliano, costruisce reti cellulari, e dopo aver esaurito l'Italia va in giro per il mondo, su incarichi che gli trova il suo agente. Max ha lavorato per alcuni anni in Tunisia come cuoco, dove si è sposato, poi ha accettato un incarico in India. Ora lavora al ristorante "Olive" di Bombay, una catena di ristoranti italiani di prestigio. E' un po' tarchiato e spettinato Max, il corpo rilasciato con noncuranza,la polo spiegazzata e aperta in modo casuale. Io mi dedico a lui e sto ad ascoltarlo, sollecitandolo con qualche domanda, e lui comincia a raccontare senza fermarsi. A raccontare, con accento romagnolo, del suo ristorante con centocinquanta persone di servizio per servire fino a settecento coperti a sera, della mozzarella prodotta in India, dell'orto in cui fa coltivare ogni varietà di erbe ed insalate, della salsiccia al finocchietto, della pasta fresca prodotta a comando dal suo staff di trenta persone.
Max più che sperimentare predilige solidi piatti e cibi tradizionali ma di qualità impeccabile. Ascolto Max evocare, con ampi ed eloquenti gesti della mano, le cascate di prosciutti (bisogna pensare questa frase con accento romagnolo), gli affettati, la bresaola in quantità copiose, mentre le guance gli si fanno ancora più lucide dal piacere, la fonetica dà il senso dell'abbondanza, il gesto di ruscelli di cibo. Max mi racconta di una festa data dal principe del Rajahstan per centocinquanta persone, a molte delle quali è stato pagato il biglietto aereo, e anche lì inondazioni di prosciutti, come gli si riempie la bocca a dirlo. Sua figlia, mi dice Max, parla italiano e inglese e hindi e tunisino, ed è la prediletta di una delle più note star bollywoodiane, frequentatrici abituali del ristorante "Olive".
Stasera A. celebra la sua ultima sera a Tunisi, domani partirà per l'Argentina. E' uno a cui piacciono le donne, A., le ama tutte o quasi, lo capisci da come ti abbraccia mentre si fa la foto ricordo con te, da come ti pizzica la guancia, pur mentre sta flirtando con la sua ragazza del momento che probabilmente non vedrà più. In macchina, mentre ci riaccompagnano verso l'albergo, la moglie di Max gli dice ridendo, "a te piace trombare", facendomi sussultare perché conosco l'abituale riservatezza delle donne tunisine in pubblico. Un nuovo mondo, penso, è racchiuso in quella donna. Prometto che cercherò di andarli a trovare a Bombay, e mi chiedo quando e dove A. e Max si rincontreranno. Qualche giorno fa ho cercato in rete tracce di Max. Le notizie sul ristorante erano molto succinte, ma poi ho trovato una sua foto, in divisa da chef attorniato dai suoi clienti indiani, ho ricomposto quella parte di mondo in cui ora vive, e mi sono commossa. Ma non troverete in rete la storia di Max, di sua moglie e della sua privilegiata figlia, e dei suoi incontri con A., questa storia incredibile di incroci e traiettorie e cosmopolitismi. Né la troverete nei romanzi indiani imbanditi di agnelli rogan josh, pakora, samosa, palak paneer, pane chapati o naan, goolab jamun. La troverete solo nelle persone come me che l'hanno raccolta, e a me fa piacere raccontarla qui.
(foto: antipasti tunisini di quella sera, di cui non rimangono che codeste vestigia in pixel; musica, indiana of course, Ustad Allah Rakha e Zakir Hussain, poi Ravi Shankar, prediletti tra queste quattro mura).

lunedì 11 giugno 2007

Non aprite quella copertina

Fra traduzioni sulle modalità sensoriali della comunicazione e minuziosi tentativi di ricomporre e ritagliare frastagliati concetti come ibridazione culturale e cosmopolitismo sul profilo scaturente da racconti di persone, esperienze in corpore, il mio cervello la sera ha l'aspetto metaforico di uno stanzino stipato di roba alla bell'e meglio, tanto da non potercene mettere più se si vuol chiudere la porta senza che tutto crolli. Prendo Derrida o Warhol in mano, mastico a fatica una frase ripercorrendola quattro volte, poi desisto. E allora mi dico, sarà il caso di far letture più leggere la sera, e dò un'occhiata a Lily la tigre di Alona Kimhi, autrice israeliana il cui libro da noi ha ottenuto (e quando mai no?) nuemerosi apprezzamenti. L'incipit rischia di aggravare l'indigestione da cena armena, procurandomi una congestione, tuttavia mi sforzo di leggere ALMENO una pagina. Ne traggo un florilegio.
Incipit: Sfilo il tappo dal collo della boccetta di cristallo e ne verso il contenuto dentro la vasca che si va lentamente riempiendo.
Secondo capoverso: Adesso il profumo. La precisione nel dosaggio dei componenti è il segreto della perfezione globale. Una a una verso le fialette nere degli oli essenziali.
Terzo capoverso: Nessuno riuscirà mai a convincermi che un bagno con la schiuma sia un semplice trattamento cosmetico. Piuttosto, è un rituale pagano, fatto per rammentare alla donna che ogni abluzione è un ritorno alla schiuma primordiale da cui è nata la Venere che è dentro di lei. Per questo verso il prezioso gel Guerlain senza levare gli occhi dal getto borbottante, finché tutta la vasca è ricoperta da un ricamo di precoce cielo primaverile, soffici nuvole squarciate da nastri viola.
Sarà pure ironico, ma questo non lo rende meno sciatto. Un incipit così lo condanna ad esecuzione immediata senza possibilità di ricorso. Lo butto sdegnata ai piedi del letto, meditando di sbarazzarmene quanto prima bookrossandolo al primo malcapitato, e mentre mi riprendo con una strisciata di Warhol mi riprometto di non usare mai un bagnoschiuma viola. Non si intona alle piastrelle del bagno, e poi non cambierei per niente al mondo la mia verdeggiante verbena tunisina. Clic. Dissolvenza. Sogno nostalgici canti armeni alla tastiera elettrica e danze gioiose che ricostituiscono patrie in improvvisati carrefours.

domenica 10 giugno 2007

murale, 2

















(...)Ogni volta che ho cercato me stesso ho trovato gli altri
Ogni volta che li ho cercati, in loro non ho trovato
che me stesso straniero.
che io sia il singolo moltitudine?


(u kulluma fttashtu an nafsi u jadtu al akhrin
u kulluma fttashtu anhum lam ajd fihum
sua nafsi ar ghiba
hal ana al fardu al hushudu?)


E sono lo straniero. Stanco della via Lattea
verso l'amata, stanco delle mie qualità.
la forma si stringe. La parola s'allarga.
e io trascendo i bisogni della mia parola.

(U ana ar ghibu. Ta'bitu min darb al halib
ila al habib, ta'bitu min sfati.
Ysiqu ash shklu. Yatasa'u al kalam.
Afidhu 'an hajat mafardti)


Mi guardo negli specchi:
sono io, quello?
Recito bene il mio ruolo nell'ultimo atto?
Ho letto il copione prima di questa messinscena
o me l'hanno imposto?
Sono l'attore
o la vittima che ha cambiato versione
per vivere nel postmoderno
dopo che l'autore ha abbandonato il testo
e attori e pubblico se ne sono andati?

(Afidhu 'an hajat mafridni.
hal ana hua?
hal u'ddai jaddudan dauri min al fasl al akhir?
u hal qra'tu al masrhyiat qbel hada al 'ardh
am furdhat 'allia?
u hal ana hua min yu'ddai ad daura
am anna adhyia ghayyart aqualha
li taysh ma ba'd al hadatha, ba'dma
anharafa al mu'llfu 'an siaq an nassa
u ansrafa al mumatthlu u ash hudu
u andhuru?)


(Murale, Mahmoud Darwish, epoché, pp. 21/23. Foto, Mahdyia, agosto 2006)

n.b ad Delmi traduce al habib, l'amato, con l'amata, (??).

giovedì 31 maggio 2007

partir, dahaba




















Ho trovato Partir di Tahar ben Jelloun in edizione Folio Gallimard, alla libreria Millefeuilles di La Marsa, dove il proprietario, quando entra un non tunisino, conversa con i suoi visitatori solo in francese, automatismo culturale delle persone beneducate. L'ho comprato, insieme ad un suo libro di poesie, La remonte des cendres (Cérés),con traduzione in arabo a fronte, Sa'dan ar-ramad, di un poeta iracheno, Karin Jihad, e disegni alla china di un altro iracheno, Azzawi Harrouda. Ho comprato anche La pensée islamique contemporaine, di Alain Roussillon (Cérés), e Quartier Lacan di Alain Didier-Weill (Champs Flammarion), sul Lacan psicoanalista.
Ho voluto cominciare a leggere Partir mentre aspettavo, seduta, che la fila all'imbarco del volo per l'Italia si assottigliasse.
Il libro inizia con un piccolo racconto. Mon ami camerounais Flaubert dit "j'arrive" pour partir et "nous sommes ensemble" quand'il quitte quelqu'un. Une façon de conjurer le sort. Quando si è legati a più luoghi, si è sempre condannati a patire lo struggimento per un'assenza.
Al convegno al quale ho partecipato c'erano persone che hanno deciso di investire curiosità e voglia di conoscenza nell'investigazione della vita di persone che hanno lasciato un luogo per un altro. Si è parlato tra l'altro degli harraga, da har, piccante, bruciante, che si dice del peperone verde, il felfel akhdar, e dell' harissa. Sono i migranti che "bruciano" le frontiere e i loro documenti, in una visione mitologica della figura del clandestino.
Molte delle persone convenute lì erano persone di frontiera. Francesi che parlano catalano, marocchini la cui famiglia è sparsa su più continenti, e i cui figli parlano lingue diverse, una tunisina nata in Francia e che studia in Germania, un'italiana che ha deciso di vivere in Tunisia e fa ricerca sui corsi di formazione per aspiranti migranti, e mediazione culturale per le imprese. Un francese che anche lui si occupa delle stesse cose, ma per un'agenzia statale, e ha l'aria di chi se la passa proprio bene.
Al convegno l'etichettatura di "immigrati" è stata contestata, e si è sostenuto che bisogna sempre più pensare a un mondo di persone in dislocazione. Le persone intervistate da me, come ho riferito nella mia relazione, stanno ponendo le basi per un graduale, minuto sovvertimento delle classificazioni sociali. Persone che vogliono essere considerate innanzitutto esseri umani, persone che hanno voglia di espandere le proprie categorie mentali, di arricchirsi di cognizioni, savoir faire e relazioni nuovi. Persone che traducono culture, gettando ponti tra di esse, costruendo spazi di convivenza.

sabato 3 marzo 2007

Voglio una vita ozpetekiana

E venne anche per me il momento di andare a vedere "Saturno contro". Se le "Fate ignoranti" costituiva una sorta di vellutato guanto, lanciato in modo molto delicato, contro il modello borghese di coppia eterosessuale come ideale normativo sociale, mostrando che c'era tutto un altro mondo nascosto e brulicante, ed era attraverso gli occhi di Margherita Buy che lo spettatore lo scopriva, mi piace che in "Saturno contro" il gruppo di amici costituito da persone di tendenze sessuali diverse venga oramai taken for granted. A parte il fatto che il film è visivamente bello e che ci sono delle magnifiche cucine oltre che Stefano Accorsi, mi piace l'incastrarsi di diversi mondi tra loro, incontri che non sono mai scontri tra persone pur diverse, ma reciproche aperture e coinvolgimenti e accettazioni e fertili innesti. E il lutto è il lutto ovunque e comunque, fenomeno universale che è cosa buona e giusta saperlo raccontare coinvolgendo catarticamente gli spettatori.
Forse i dialoghi non saranno sempre realistici, ma sono icastici e surreali, dicono tanto e li amo molto, l'invenzione linguistica è altrettanto buona e santa della ricerca di una resa realistica. Mi rivedrò il film per segnarmi alcune battute che ho amato particolarmente ma non ho avuto il tempo di mandare a memoria. Mi piace quando Ennio Fantastichini parla con la svampita matrigna di Lorenzo che gli chiede: "E' anche lei uno di quelli, cioé, un gay?" No, risponde lui, ah, fa eco lei. "Sono un frocio, sono all'antica", conclude Fantastichini. Che poi qualcuno ha commentato che Fantastichini non impersonerebbe abbastanza bene un gay, perché, un gay com'è, ha segni di riconoscimento speciale? Il film solleva anche il problema delle coppie di fatto, uno scandalo per quanto mi riguarda, che rende di fatto inattuata l'eguaglianza dei diritti di cittadinanza. E rimanda al problema doloroso dei rapporti tra figli gay e genitori che vivono la situazione come un'onta sociale e personale.
Su un'unica cosa non sono d'accordo, sul fatto che gli amici rappresentino uno zoccolo duro sempre rassicurante proprio per il suo essere sempre uguale, come la frase che apre e chiude il film afferma. Essere amici è vedersi e raccontarsi e sostenersi nel proprio reciproco divenire. Cosa che d'altra parte i personaggi fanno nel film. Caso ha voluto che ad andare a vedere questo film fossimo in tre coppie, ognuna diversa dall'altra per composizione. Tutti abbiamo concordato che se il film è bello è merito dell'ottima direzione del regista più che dei contributi dei singoli attori.
Per la cronaca, qualche anno fa ho cominciato a sentire come un limite il fatto di frequentare solo eterosessuali, mi sembrava non corrispondesse al mondo reale in cui vivevo. Poi le cose si sono modificate, un po' per i casi della vita, un po' perché me le sono cercate. Sabato scorso ero in un locale milanese frequentato soprattutto da donne, l'indomani ad intervistare una famiglia egiziana che vive in uno degli appartamenti messi a disposizione da una chiesa. Attraversare mondi, e connettere, semplicemente connettere, come dice Margaret in Casa Howard di Edward Morgan Forster. Eppure troppo spesso ancora i mondi sono separati, e c'é bisogno di creare ponti e frontiere. Saturno contro può essere uno di questi.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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