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martedì 2 ottobre 2007

in cui si parla di borhan


A me, per quei singolari meccanismi delle associazioni mentali, il nome Buràn mi rimanda a borhan, la prova che un wali, una sorta di santo musulmano, mediatore tra gli uomini e Dio, dà della sua forza, soprattutto in situazioni di crisi e conflitto, smuovendo quindi il tessuto delle leggi ordinarie. Buràn, giornale online dalla raffinata veste grafica che opera mediazioni tra vite e forme di creatività e di espressione in rete, è un po' una dimostrazione della forza della rete di dar vita a un intreccio di voci che brulicano incessantemente nel mondo, si trasmettono attraverso il tempo, lanciate, esposte dagli angoli più disparati. Buràn è un portale, una conurbazione che apre porte su flussi di coscienza, scritture disseminate, io narranti che non delegano più ad altri il compito di parlare per loro, di far cronaca da dietro un vetro e provvisti di pinze. Crocevia autobiografici in cui vediamo continuamente la Storia intrecciarsi con singole esistenze, afferrando la portata di questo movimento prima di ogni concettualizzazione teorica, parole vissute nella carne di corpi e di luoghi, di cangianti configurazioni spaziotemporali. E che in questo numero, dedicato al conflitto, ci mostrano attraverso occhi di altri come il conflitto, a livello politico, storico, individuale e interpersonale può essere vissuto, aiutandoci a tracciare un quadro di somiglianze e differenze inestricabilmente intrecciate. Buràn è un porto, un sito di sosta temporanea da cui avviare cammini di erranza seguendo le tracce di chi ha già tracciato un percorso, arrivando a destinazioni sconosciute, rendendole note, ricreando i discorsi in lingua italiana. E' una delle possibili strade che la logica del dono e dello scambio, dell'ascolto sensibile della voce dell'altro, del coinvolgimento immaginativo in vite altrui può prendere in rete. Che non è poi altro che una dimensione rivelatrice della ricchezza, complessità e stratificazione delle vite.

domenica 2 settembre 2007

La marcia del romanzo attraverso la storia

"Da bambino passavo le vacanze nella casa di mio nonno a Calcutta,ed è stato là che ho cominciato a leggere. la casa di mio nonno era un luogo caotico e rumoroso, popolato da un gran numero di zii, zie, cugini e domestici, alcuni bizarri, altri semplicemente eccentrici, ma quasi tutti molto eccitabili. Eppure in quella casa ho imparato sulla lettura più di quanto abbia appreso negli anni di scuola". Così inizia il saggio di Amitav Ghosh, dal titolo citato in alto, contenuto nella recente raccolta di reportages e scritti Circostanze incendiarie, pubblicata di recente da Neri Pozza. Attraverso l'introduzione, che risucchia il lettore in una narrazione familiare, Ghosh racconta, attraverso l'elenco di alcuni libri presenti nella biblioteca domestica, la penetrazione del mondo in casa sua, intrecciando la biografia con un ambito di circolazione globale delle idee. C'erano Il ramo d'oro, le opere di Freud, Marx, Engels, Malinowski, capolavori della letteratura europea ottocentesca e novecentesca, persino Grazia Deledda, tutti i testi dei premi Nobel. Questi, per Ghosh, sono l'espressione di una "letteratura universale, una forma di espressione artistica che dà corpo a differenze di luogo e cultura, emozioni e aspirazioni, ma in modo tale da renderle comunicabili", un modo di tradurre cultura, di rendere concepibili vite immaginate in altri angoli di mondo, in modo da sfuggire al confinamento in un "tetro provincialismo".
Ghosh a questo punto però rileva una contraddizione, e cioè il fatto che i romanzi si fondano su un "mito di parrocchialità", vale a dire il rinchiudersi delle storie attorno a mondi dai confini culturali apparentemente netti e precisi. Una forma che sembra essere favorevole al rafforzamento della rappresentazione simbolica degli Stati nazione mediante una operazione di localizzazione, proprio nel momento in cui questi si dislocano e ampliano con l'acquisizione delle colonie, eliminando però questo spazio esterno, come bene ha messo in rilievo Franco Moretti.
Ghosh ricorda così che scrivere un romanzo, alla stregua di un lavoro di ricerca sociale, è frutto di un lavoro di selezione di elementi che concorre a comporre un quadro apparentemente coerente, e che per percepire l'ambiente circostante "bisogna distanziarsi da esso", compiendo quindi "un gesto di dislocazione", innanzitutto di ordine cognitivo, fuoriuscendo dalla doxa, dalle regole del gioco sociale che hanno apparenza di fatti naturali e taken for granted.
Eppure, proprio Ghosh è stato uno dei primi a spezzare la corrispondenza tra il decentramento cognitivo e la localizzazione narrativa ne Lo schiavo del manoscritto. Oggi i teorici del postcolonialismo caldeggiano la rappresentazione dell'ibridazione culturale. Molte le domande che sorgono intorno a questa tematica. E' giusto, e se sì come fare entrare il globale nel locale, come gli scrittori transnazionali, ad esempio Salman Rushdie o Jumpha Lairi vanno facendo? E' un compito che possono svolgere solo gli scrittori che già sono dentro un'alterità postcoloniale o anche quelli che si sono formati in un luogo più a lungo definito da una coerenza di rappresentazioni localizzanti? E se mettiamo, un italiano decide di aprire un suo romanzo a questi orizzonti, come dovrà attrezzarsi a farlo, senza correre il rischio di cadere in rappresentazioni stereotipate? Il saper guardare alla propria cultura con distacco porta con sé anche un saper guardare l'altro? E ancora, leggere libri di altri luoghi e prospettive culturali basta in sé a fare acquisire una distanza cognitiva? Oppure, perché gli scrittori la acquistano e altri eventualmente no? Quali sono i contesti, quali sono i processi? Porsi domande, ovviamente, significa analizzare una situazione, intravvederne gli spazi lasciati aperti a nuove e forse diverse immissioni di significato, rilevarne la complessità e l'indeterminazione al di là dell'apparente semplicità e completezza che il testo dà l'impressione di avere. Buona domenica, buona settimana, buona rentrée.

domenica 10 giugno 2007

murale, 2

















(...)Ogni volta che ho cercato me stesso ho trovato gli altri
Ogni volta che li ho cercati, in loro non ho trovato
che me stesso straniero.
che io sia il singolo moltitudine?


(u kulluma fttashtu an nafsi u jadtu al akhrin
u kulluma fttashtu anhum lam ajd fihum
sua nafsi ar ghiba
hal ana al fardu al hushudu?)


E sono lo straniero. Stanco della via Lattea
verso l'amata, stanco delle mie qualità.
la forma si stringe. La parola s'allarga.
e io trascendo i bisogni della mia parola.

(U ana ar ghibu. Ta'bitu min darb al halib
ila al habib, ta'bitu min sfati.
Ysiqu ash shklu. Yatasa'u al kalam.
Afidhu 'an hajat mafardti)


Mi guardo negli specchi:
sono io, quello?
Recito bene il mio ruolo nell'ultimo atto?
Ho letto il copione prima di questa messinscena
o me l'hanno imposto?
Sono l'attore
o la vittima che ha cambiato versione
per vivere nel postmoderno
dopo che l'autore ha abbandonato il testo
e attori e pubblico se ne sono andati?

(Afidhu 'an hajat mafridni.
hal ana hua?
hal u'ddai jaddudan dauri min al fasl al akhir?
u hal qra'tu al masrhyiat qbel hada al 'ardh
am furdhat 'allia?
u hal ana hua min yu'ddai ad daura
am anna adhyia ghayyart aqualha
li taysh ma ba'd al hadatha, ba'dma
anharafa al mu'llfu 'an siaq an nassa
u ansrafa al mumatthlu u ash hudu
u andhuru?)


(Murale, Mahmoud Darwish, epoché, pp. 21/23. Foto, Mahdyia, agosto 2006)

n.b ad Delmi traduce al habib, l'amato, con l'amata, (??).

venerdì 8 giugno 2007

murale, jadaryia

















Ecco il tuo nome,
disse una donna, e scomparve nel cunicolo sinuoso...

(Hadha hua ismuka
qalt imratun
u ghabat fi -l marra al-lulbyya
)

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l'ala di una colomba bianca mi porta
a un'altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.

(Ara al-masa' hunaka fi mutanauali al-aidi
u ihmluna jnahu hmama bi sa'an
sauba tufula ukhra ulman ahlum ba'ni
kuntu ahlumu. Kullu shay' uaqa'i
)

So che abbandono me stesso...
e m'involo. Sarò ciò che diventerò
nell'ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell'assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo è apparso per dirmi:
"Che cos'hai fatto, laggiù, sulla terra?".


E non ho udito l'esultanza dei giusti,
né il lamento dei peccatori. Sono solo, nel biancore,
solo...
Nulla mi addolora sulla soglia della resurrezione,
non il tempo né i sentimenti.
Non sento la leggerezza delle cose né il peso dei tormenti. Non trovo a chi domandare:
Dov'è, ora, il mio dove? Dov'è la città dei morti e io, dove sono? Non c'è il nulla,
qui, nel non-qui... nel non-tempo,
e non c'è esistenza.

Come se fossi già morto prima d'ora...
So cos'è questa visione, so che
sto andando verso l'ignoto. Forse
in qualche luogo continuo a esser vivo
e so ciò che voglio...

Un giorno sarò ciò che voglio.

(sa'sir yuman ma uridu)

Un giorno sarò un'idea. Nessuna spada la porterà
alla terra desolata, nessun libro...
Come pioggia su una montagna spaccata
allo spuntare di un filo d'erba,
non vincerà la forza
né la giustizia smarrita.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò uccello, dal nulla trarrò
la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano
avvicino la verità, rinasco dalla cenere. Sono il dialogo
dei sognatori, ho rinunciato al corpo e a me stesso
per completare il primo viaggio verso
il significato, che mi ha bruciato dileguandosi.
Sono l'assenza. Sono il celeste
fuggiasco.

Un giorno sarò ciò che voglio.

(Mahmoud Darwish, Murale, epoché, pp. 9-11, trad. Fawzi ad-Delmi. foto, Mahdyia, Tunisia, agosto 2006. I versi saranno gradualmente affiancati dalla versione originale traslitterata, per il piacere del suono)

sabato 14 aprile 2007

impossible homecoming


La luce è più densa e comincia a permeare spazi, stanze e case. Si può finalmente lasciare che una leggera brezza, che sa di aria buona, circoli dai balconi aperti. Un mescolìo di pigolare di uccelli e voci di bambini e adulti, e il grande albero che frondoso mi protegge dalla luce. Lavorare è dolce in questo pomeriggio e a questa scrivania, che è il mio kauwa-auwa, esplorando i meandri del concetto di ibridazione.
Sono affascinata tra l'altro dalla lettura di migrancy, culture, identity di Iain Chambers, uno dei primi ad avere introdotto il concetto di ibridazione. A pagina 12,nel capitolo Migrant Landscapes, Chambers cita questa frase di Edmond Jabès.

L’étranger te permets d’être toi-même, en faisant, de toi, un étranger.

Penso a De Certeau e al modo in cui si potrebbe dispiegare questa frase, ma ho altro da fare e spero e credo se la sappia cavare da sola.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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