pictures from Tunisia
Quest'anno non avevo molta voglia di scattare foto. La cosa mi suscitava una certa perplessità e apprensione, fin quando non sono andata a fare una gita in barca al largo di Biserta, in un battello coloratissimo. Dopo, ho ripensato allo stato di attenzione asoluta che mi aveva colto nel fotografare, concentrata sulle immagini che vedevo ancor prima di scattare, e che volevo ottenere, dimentica del tempo che scorreva e delle persone che si muovevano accanto a me, come in una bolla spazio temporale. E mi sono detta che l'ispirazione, quando deve arrivare, arriva, e che ansie e perplessità sono inutili.
Sulla barca, rappresentanti di una Tunisia occidentalizzata, fatta di quelle poche persone che fanno immersione subacquea. Khaled, il capitano, capelli biondi e fluenti, gli occhi azzurri, uno dei pochi tunisini che abbia visto indossare uno slip come costume da bagno invece dei consueti calzoncini, e che a fine giornata stanerà una cernia di quindici chili. Murad, che conduce le immersioni, alto, magro, capelli ricci dalle ciocche bionde e di media lunghezza (quasi tutti i tunisini li portano tagliati a spazzola e cortissimi), che ci racconta in maniera disinvolta delle sue avventure amorose, una ragazza a sera. Una serie di donne che sembrano habituées della barca, dalla pelle bianchissima, tutte in grado di pagare i 60 dinari che servono per il giro più l'immersione, quasi quaranta euro. Qualche francese venuto con amici tunisini, o che vive e lavora in Tunisia, e magari dopo anni non ha ancora imparato una sola parola di tunisino. E Michele, mezzo tedesco, che si è aperto una fabbrica di confezioni tessili, società esentata dalle tasse per quattro anni (poi si cambia nome e ricomincia tutto daccapo), con un socio di maggioranza tunisino come è previsto dalla legge, e milleseicento operai, due o tre case in vari luoghi della Tunisia e due domestiche. E una settimana dopo vado da una mia amica a Sfax, che fa un dottorato in storia dell'alimentazione. Tutte le donne della sua famiglia hanno indossato il velo, cominciano a non mandare più le figlie a scuola. Lei è l'unica a non coprirsi la testa, e le vicine vanno dai parenti e la criticano. E lei non mangia. Per fortuna da settembre sarà a Tunisi. Una nipote disegna abiti in accordo con questa visione dell'Islam e li confeziona per le conoscenti. La casa non ha acqua potabile, a terra il cemento nudo lascia intravedere i cavi dell'elettricità, vi si accede per strade sterrate, come sempre accade in quartieri come questi, dalle case autocostruite. Il cognato è mezzadro, non ha nemmeno un'auto per trasportare i prodotti che coltiva. Suo fratello, una laurea in letteratura araba, munge mucche in mancanza d'altro. Passo una scheda telefonica da cinque dinari (più cinque di bonus) a Fetr, che si illumina e mi ringrazia calorosamente mandandomi un bacio. Poi ci dice, ridendo, l'anno prossimo venite a stare qui, che invece di spendere i soldi in albergo li date a noi. La nipote le chiede di passarle una parte del credito per poter chiamare il fidanzato. Anni luce da Cartagine Dermech, con uno scintillante Monoprix, ristoranti costosi, un caffé sulla cui boiserie risaltano immagini di caffettiere moka e tazze di cappuccino, con scritte in italiano, residenza di molte coppie miste, dalle ville che possono costare quattromila dinari al mese di affitto.
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