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martedì 24 luglio 2007

disparaître dans la nature

Per diminuire l'imbarazzo della scelta sulla mia biblioteca portatile estiva, ho deciso di leggere a casa D'acque dolci di Fabienne Kanor, storia di immigrazione e seconda generazione antillese, tra madri e padri consunti dalla vita, tentativi di passare inosservate, stirandosi a morte i capelli, déchirure irreparabile tra uomini bianchi che non si può e non si vuole avere, per non ricadere nella trappola coloniale, e uomini neri violenti, ma alla cui attrazione non ci si riesce a sottrarre. Storia che finisce, anzi inizia male, con l'omicidio del proprio amante, dispositivo già utilizzato da Leila Marouane nel Castigo degli ipocriti, e lì molto più simbolicamente truculento. Insomma, vedo la ripetizione di eterne formule e questo mi tedia, come mi sta tediando Partir di Tahar Ben Jelloun, storia amara e nichilista sull'emigrazione, in cui nessuno dei protagonisti arriva da nessuna parte, e tutti alla fine muoiono, in un finale visionario, che è un tipo di stile di cui non riesco ad avvertire il senso. Vorrei qualcosa di meno attendibile da questa letteratura.
Ma quello che volevo dire, è che a p. 50 della Kanor sono piuttosto sobbalzata nel leggere di un'amica di Frida, la protagonista, che "sparisce nella natura" con un uomo che poi la prenderà a cinghiate durante il sesso. Si tratta della traduzione pêle–mêle dell'espressione francese disparaître dans la nature, cioè sparire (anche nel nulla), dissolversi, e quindi anche essere biodegradabili, riciclabili. Cerco su google, nessuno si è mai sognato di usare quest'espressione in italiano. Mi chiedo se si possa tradurre in questo modo per ampliare le possibilità espressive dell'italiano, a me per esempio piace scrivere "che non è senza ricordare" come trasposizione di ce qui n'est pas sans rappeler. Ma la nature no, temo che in italiano non se ne capisca il senso. Voi che ne dite? Quanto a me, dans quelque jour je vais disparaître dans la nature pendant quelque temps, le mie incursioni nel net si diraderanno, fino a sparire in Tunisia, dove a Mahdiya l'anno scorso abbiamo cercato invano un centro Internet, che sembrava sempre essere a cento metri da noi, secondo le indicazioni. Indosserò il mio numero di cellulare tunisino per salutare gli amici e vivrò per un po' in un'altra dimensione. Quindi, chi ha qualcosa da dire ha tempo fino alla fine del mese, altrimenti buone vacanze e ci si rivede, o piuttosto riscrive, al ritorno.
(la foto è stata presa a Kerkenah, e là, veramente si ha l'impressione di perdersi nella natura, chilometri di spiagge brulle, poche case distanziate, silenzio assoluto, forse un giorno racconterò dei miei giorni passati lì, intensi e rivelatori, tra donne).

sabato 21 luglio 2007

Una conclusione Amara

Di solito a me, i libri, mi piace leggerli ad almeno un anno dalla loro uscita, quando luci e clamori non ci sono più, per affrontare un testo a mente sgombera da altre parole, che ne filtrino la lettura. Così è stato per Amara Lakhous, scrittore algerino, dottorando in antropologia almeno all'epoca della pubblicazione del suo libro, che parla un italiano pressoché perfetto. A Torino ho comprato il suo "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" (e/o). Perché volevo capire cosa ne fa un antropologo dei suoi strumenti cognitivi quando scrive un romanzo. E l'ho capito, lentamente, sorprendendomi per l'abilità di depistaggio dello scrittore, per la complessità del testo che si sfoglia capitolo dopo capitolo, strato dopo strato, rivelandosi solo alla fine nella sua pregnanza.
Ora, Lakhous ha vinto un premio Flaiano per questo libro, che è stato molto pubblicizzato come "gaddiano", per il linguaggio e per la cornice polifonica. E io mi chiedo, definire come gaddiano questo libro ci dice qualcosa, tutto su di esso, ci aiuta a comprenderne la specificità, oppure c'è bisogno di altri strumenti, che non siano meramente quelli dell'analisi letteraria, per trarne fuori, comprenderne e comunicarne, la specificità? In effetti, io di linguaggio gaddiano ne ho trovato poco. Poche e scarne parole o espressioni in dialetto, niente a vedere con l'invenzione letteraria di una lingua, anche se per certi versi la struttura del testo, la resa dei personaggi rimandano al Gadda del "Pasticciaccio"
Quello che trovo peculiare di questo romanzo è il suo girare attorno ad una questione focale, avvicinandosi al nucleo come per cerchi concentrici, e allo stesso tempo scendendo in profondità, dalle apparenze superficiali a ciò che di più sepolto vi è nel protagonista, Amedeo. Scoperta che procede di pari passo con la mutazione del registro linguistico, da umoristico a drammatico.
Fin dall'inizio sappiamo che un tale chiamato Amedeo è accusato di omicidio. Ci ragiona su tutta una galleria di condomini che conosce Amedeo, e che tira in ballo al tempo stesso una serie di stereotipi sull'altro e alcuni lampi illuminanti sulla sua storia personale. L'iraniano Parvez, rifugiato, alcoolizzato, che odia la pizza e la pasta, che a suo dire fa ingrassare, e la cui mente va con orgoglio al natìo riso, filo che lo lega strettamente alle sue origini. L'impicciona portiera napoletana Benedetta, piena di stereotipi nei confronti degli stranieri, e devo dire che mi piace che sia una napoletana ad essere razzista, perché sono piuttosto avversa allo stereotipo positivo, quasi da buon selvaggio, del napoletano sempre accogliente e ospitale. Per Benedetta l'assassino è un immigrato. E tutti gli immigrati si confondono in un calderone. Parvez è per lei albanese, mangia gatti e cani, forse il colpevole è proprio lui.
Com'è l'Amedeo che esce fuori dalle descrizioni dei personaggi del condominio? Parla perfettamente l'italiano, senza accento. E' sempre gentile con la portiera, altruista e servizievole con gli altri immigrati, non fa domande inopportune e grossolane sull'Islam. Non si è mai lamentato del cane Valentino, per il quale Elisabetta nutriva un amore morboso, e che è stato barbaramente ucciso da ignoti. E' italiano, sposato con un'italiana,insomma, e non un immigrato, quindi un potenziale criminale. E' l'inquilino migliore del condominio, quello che non parla mai male di nessuno, prova compassione e comprensione per i problemi di tutti. E' un lavoratore, il che lo distingue agli occhi di Antonio Marini, condomino settentrionale, da quei fannulloni che sono gli immigrati, e che comportano in tutto e per tutto come i meridionali. Ama cornetto e cappuccino. E poi, conosce la storia romana, in particolare quella dell'Africa romana, Sant'Agostino e il Vangelo. E qui, la vostra antropologa è caduta in una madornale svista, esclamando vittoriosamente dentro di sé "è tunisino!" e gongolando perché convinta di essere tra le poche che a questo punto capivano l'identità di Amedeo. Perché Sant'Agostino è patrimonializzato dai tunisini, che vi stanno dedicando ultimamente molti studi, e lo menzionano nelle guide turistiche come figlio del paese, a causa del suo lungo soggiorno a Cartagine. La mia convinzione si è rafforzata quando ho letto il riferimento di Amedeo a Giugurta, definito "il nostro grande guerriero", dal momento che in Tunisia si trova il luogo dove il re numida fu sconfitto. I capitoli in cui Amedeo parla in prima persona, esprimendo in un lungo ululato tutto il suo smarrimento di fronte alle situazioni problematiche degli altri, si alternano ai racconti dei condomini. Qui, nell'introduzione della memoria storica, avviene una svolta. Si comincia a conoscere qualcosa dell'identità di Amedeo, che consiste nel suo possesso e nella sua interpretazione di una parte di storia antica, comune agli italiani, ma speculare, perché per lui i romani sono stati dei traditori, che hanno fiaccato Giugurta tenendolo a digiuno di acqua e cibo prima di esporlo al Colosseo. Mi sbagliavo. Perché Sant'Agostino è nato vicino ad Annaba, città algerina di confine rispetto alla Tunisia, e anche il territorio di Giugurta si trovava tra i due paesi.
E in effetti, dopo un po' veniamo a sapere che Amedeo si chiama in realtà Ahmed. Ma in realtà a nessuno interessa addentrarsi nel suo passato e nelle sue origini, nemmeno alla moglie Stefania, per la quale Amedeo è il presente, qualcuno per lei, che si è assimilato per lei, e il resto non la riguarda. Ma questa relazione si fonda, paradossalmente, su un tragico equivoco di tipo orientalista, nel quale Amedeo viene confuso con Rodolfo Valentino, con romantici stereotipi desertici, "misterioso come il Sahara". Una porzione di Oriente inconoscibile, tra stereotipi e assimilazione/fagocitamento. E in fondo, anche Amedeo vuole prendere le distanze dal passato, che si rifà presente nei suoi incubi, e appare dolorosamente solo alla fine, nel racconto del suo amico Abdallah. Il passato di Ahmed si chiama Bàgia, la sua fidanzata algerina, uccisa dai terroristi. Risiede nella nostalgia per il Ramadan, la voce del muezzin, il cuscus, la zlabia, la harira, la voce materna.Amara Lakhous "sfoglia" così, strato dopo strato, l'identità di Ahmed, la cui parte araba non è certo il fondamento roccioso, poiché Ahmed dimostra di poter assimilare altri elementi, arricchendoli, traducendo, attraversando frontiere come un contrabbandiere di beni, e tuttavia è una parte imprescindibile di lui, costitutiva del suo passato, che in fondo a nessuno interessa.E che resta passato che non passa, spada che lo trapassa.
E poi, viene fuori che l'assassina del Gladiatore, vero romano de Roma, era la padrona del cagnolino. Perché, in mezzo a tutti gli immigrati del palazzo, sapiente perfidia dell'autore, era lui quello che pisciava nell'ascensore del condominio, metafora di uno spazio condiviso, stuprando la badante boliviana scambiata per filippina, organizzando combattimenti clandestini di cani.
E io mi sono pentita, di non aver letto prima il libro di Amara Lakhous, variante di 'Umar, Omar, Amor, per poter discutere con lui a Torino di quest'abile storia che prende garbatamente in giro il lettore, rovesciando lo sguardo, prendendo ad oggetto in modo ironico noi, gli italiani. Ma chissà, un giorno forse capiterà. Chi ha letto il suo libro saprà che alla fine c'è la sua mail, amaralakhous@yahoo.it, che mi sembra un gran segno di disponibilità.

martedì 17 luglio 2007

cosa porto sotto l'ombrellone?

Ho cominciato a selezionare un po' di libri da portarmi in vacanza. La scelta era ricca, l'imbarazzo copioso. Ho scartato per il momento tutta una serie di libri sul Mediterraneo e il libro sulla Metis di Detienne e Vernant, lasciandomi guidare dall'ispirazione, dal cuore, dalla coerenza con i luoghi (che in certi casi, come quelli precedenti, ho dovuto però ignorare). Alla fine mi ritrovo con undici libri, nessuno dei quali è una novità, cosa che mi piace, ma mi sembrano troppo per tre settimane di vacanza, nelle quali devo anche lavoricchiare un po' (scadenze, sempre scadenze...). Quali scegliere? Accetto suggerimenti. Li ho divisi in libri per Napoli e libri per la Tunisia.

Libri per Napoli
Enzo Moscato, Occhi gettati e altri racconti, Ubulibri (trascurato da troppo tempo...)
Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori (il clima torrido e la densità atmosferica estiva ben vi si addicono)
Fabienne Kanor, D'acque dolci, Morellini (anche se leggere i libri in francese tradotti mi fa venire l'orticaria, ma mio marito me l'ha portato dalla redazione..., e poi è scorrevole e va via veloce ed equilibra testi più impegnativi e 'sta roba d'immigrazione mi piace e me la devo anche leggere)

poesia (che si può leggiucchiare entre les deux endroits)
Nasos Vaghenàs, Vagabondaggi di un non viaggiatore, Crocetti (con testo in greco a fronte, che qualcosa la si capisce ed è molto molto piacevole, e poi ci sono le odi barbare e come si fa a non leggerlo?)
Tahar ben Jelloun, La remonte des cendres, Seuil (con una traduzione in arabo di un altro poeta)

Libri per la Tunisia
Ruth Prawer Jhabvala, East into upper east, Plain tales from New York and New Delhi, Abacus (è l'unico libro di fiction "serio" e proprio non lo posso eliminare, o forse sì)
Marcella Delle Donne, Umberto Melotti, Mediterraneo di là del mare. Tunisia Italia, Ediesse (sono almeno quattro anni che ce l'ho, e poi parla di Mahdiya, irrinunciabile)
Ibn Battuta, Voyages, vol. I, De l'Afrique du Nord à la Mecque, La Dècouverte (anche questo in lista da tempo: e magari mentre sono in TN mi compro anche gli altri due)
Sa Sainteté le Dalai Lama, Le pouvoir de l'esprit. Entretien avec des scientifiques, Fayard (e pure questo lo considero piuttosto improcrastinabile).
Samir Kassir, L'infelicità araba, Einaudi
Alain Didier Veill, Quartier Lacan, Flammarion

Ecco, mentre scrivevo ho deciso di eliminare Moscato, Didier Weill e Kassir, ma Saviano, Battuta e Jhabvala sono piuttosto consistenti, sono veramente molto indecisa, magari Jhabvala è quello meno in tema e quindi scorre meno. Ma quello che resta non è ancora troppo?
Qualcuno ha qualche suggerimento?

(foto di Monsieur Melpì)

domenica 15 luglio 2007

displaying mahdiya











Je l'avoue: molte di queste foto sono estorte al consorte, che mentre io fotografavo oggetti, alimenti, bombole del gas, contatori, porte e finestre, mattoni, gruppi elettrogeni di moschee e musei, annunci di vendesi, tutta presa da esperimenti concettuali intenti a cogliere modi inediti di vedere la cose e i luoghi, egli faceva scatti più tradizionali. Il forte, il bambino e il caffè sono miei, il resto non credo. Però la gente così mi notava, s'incuriosiva. Un episodio divertente: rapita dalla poetica del rifiuto, delle nature morte di oggetti quotidiani abbandonati o disposti in modo casuale, fotografavo vecchi elettrodomestici buttati in un angolo, che appartenevano al negozio accanto. Il proprietario si è insospettito e, ritenendo che chissà quale spia o ispettore fossi, quando sono tornata nello steso posto ho trovato tutti gli elettrodomestici messi in bell'ordine.

giovedì 12 luglio 2007

vendesi/lilbia'






L'anno scorso, ripercorrendo la lingua di terra peninsulare in cui si trova la parte antica di Mahdiya, invece che lasciarmi guidare dalla semplice vista, ho deciso di conoscere il luogo mediante l'obiettivo, scattando su tutti quei particolari che attiravano la mia attenzione, spesso apparentemente banali e certamente ordinari, frequenti, e poi riflettendoci su, usano il patrimonio di informazioni e letture derivanti dalle mie ricerche sul patrimonio culturale. Queste foto parlano di una medina, se non in abbandono, a rischio di decadenza. Perché gli abitanti preferiscono abitare in case nuove, perché abitare costa, perché ci sono dispute su ripartizioni di eredità.
eppure, si tratta di un luogo bellissimo, circondato da due parti dal mare, e la cui punta è occupata dall'antico cimitero fatimide. Un luogo da incanto, dove dopo una settimana gli abitanti si incuriosicono, non ti considerano più un turista di passaggio,e il dialogo può iniziare, quando le persone iniziano ad aprire bocche e cuori, gratificate nel loro amor proprio dall'attaccamento dimostrato al loro luogo. E cominciano a raccontarne storie e segreti. E più tempo vi si passa, più si conosce, più strati si penetrano. Il mio sogno è comprare la casa lì, passare l'estate di fronte al mare, e dolci serate nei caffé dove gli abitanti di Mahdiya vanno a prendere il fresco. Spero di farlo prima o poi. Ma intanto faccio circolare questi numeri di telefono, le case costano ancora poco, prima che la zona si "gentrifichi". Il prefisso della Tunisia è 00216.
(acc, questi turisti che finiscono sempre con l'entrare in campo mentre fotografi..)

martedì 10 luglio 2007

just married


























































Sarà che con l'età mi rammollisco, ma a me i matrimoni cominciano a commuovermi. Oggi sono andata ad assistere allo sposalizio dei miei amici M. ed R., traduttori/cuochi, a Palazzo Dugnani, che affaccia sui Giardini Palestro, e offre una sala splendida. Milano indossava un cielo da grandi occasioni, la giornata era ventosa, i colori vividi, gli sposi in tinte coordinate. Ma dico, dove li trovate due sposi che prima del matrimonio passano la giornata a preparare paste di mandorla da offrire dopo la cerimonia, e la torta nuziale? E poi, sapete cosa offre il comune di Milano agli sposi? Ma "I promessi sposi", naturalmente! Insomma, oggi sono convintamente ombelicale, domani magari mi pento. Spesa quasi cruelty free in uno dei supermercati più fighetti di Milano, fiori di zucca, pomodorini, chèvre, vongole, uva e ciliege, Cerasuolo e Syrah, l'aria è dolce, e io mi prendo una giornata di vacanza o quasi in attesa della sera, leggendo per lavoro un chicklit francese, pieno di gustosissime espressioni idiomatiche. L'altra sera a casa c'erano persone provenienti da quattro continenti, Australia esclusa, stasera mancherà l'Africa. Salusita dunque, come si dice dalle parti di R., in Messico cioè. Un brindisi alla dolcezza della vita, alla lettura di un libro rosso su un divano rosso su un tappeto rosso, nella luce e nel vento.

domenica 8 luglio 2007

storie della verità plurale

Considero Michael Cunningham uno degli uomini più belli che abbia mai incontrato. Quando mi dice "my dear, it's a pleasure" con quella sua voce profondissima e vibrante, di solito una parte di me si scioglie sul suolo circostante, e io vado in sollucchero. Cose da femmine, cose che capitano, siamo tutti umani. Qualcuno mi dice di lui che è un "furbo", uno che gioca nei suoi romanzi cercando l'effetto di seduzione del lettore. A me le sue storie piacciono quasi tutte, raccontano vite del mondo queer, finestre su altre identità, altre quotidianità, che dicono quanto sia più vario e ricco il mondo rispetto a sfere chiuse eterosessuali che avocano per sé la "normalità" sociale, che tristezza, e che mondo limitato, punizione in fondo sufficiente per chi la pensa così. Qui la mia intervista a Cunningham per "Il Mattino", di cui mi assicurano che il sito funziona ancora ma che dalla p.p. io non riesco più a captare da svariate settimane. Sono contenta, come raramente accade sono riuscita a far circolare dei messaggi a cui tenevo molto. Mi piace il titolo che ha dato "Il Mattino", recuperato sul sito di Cinemagay, e il fatto di essere ripresa ancora una volta in un sito gay mi gratifica particolarmente. E l'augurio di pace che Michael mi ha fatto io lo trasmetto a voi che passate, in circolo, come è bello fare per i doni. (Alcuni dettagli della foto: il cubetto di vetro è stato comprato all'Espace Sadika, un atelier di Gammarth noto per la lavorazione del vetro soffiato. L'inchiostro verde della dedica appartiene alla mia penna).
Alla Milanesiana, che quest’anno è dedicata ai “Conflitti dell’Assoluto”, lei ha portato un intervento sulla letteratura come “nemico dell’Assoluto”.
Io sono contrario all’assoluto. Temo che le persone che vivono in una qualsiasi verità assoluta possano distruggere il mondo, si tratti di religiosi o politici. Basta guardare a George Bush, ai Talebani. Per questo ho deciso di parlare alla Milanesiana di come l’assoluto sia un pericolo terribile per il mondo, e che uno dei compiti di uno scrittore è, raccontando storie, ricordare che non esistono verità assolute, che esistono solo persone che vivono le loro vite. E penso che l’arte in generale esista per contraddire dogmi, dottrine e chiunque insista nell’affermare che esiste un’unica moralità, una sola verità.
Uno dei principali e più recenti dibattiti sulla letteratura in Italia si è svolto intorno all’opportunità di una sua stretta relazione con la realtà, e se questa sia preferibile all’invenzione pura.
Non penso che dobbiamo fare una scelta. Penso che vi siano nuovi romanzi assolutamente realistici che trovo magnifici, così come romanzi che sono totalmente frutto della fantasia. Penso che alla fine ogni romanzo dica una sua verità sulla vita. Credo che chi legge solo un tipo di libri perda qualcosa.
Qual’è la situazione attuale negli Stati Uniti?
Gli Stati Uniti hanno attraversato un periodo terribile, non solo per il paese ma anche per il mondo. Questa guerra impossibile in Iraq continua, gli Stati Uniti continuano a inquinare l’ambiente nel mondo intero. Spero che stiamo per vederne la fine, che le elezioni di novembre apporteranno un grande cambiamento, e che si possano riparare alcuni dei danni degli ultimi anni.
Lei è stato per anni un attivo sostenitore di Act up, l’associazione per la lotta all’Aids.
Non faccio più parte di Act up. Ma per molti anni ho tentato con loro di risvegliare le coscienze su questo problema, nel periodo della presidenza di Reagan e poi di Bush. Queste due persone non hanno mai parlato di Aids in pubblico, le case farmaceutiche procedevano molto lentamente nella ricerca, e noi facevamo quello che potevamo per attrarre l’attenzione su quanto stava succedendo. Ora, con i farmaci retrovirali, le persone non muoiono solo se hanno abbastanza soldi per comprare le medicine. Se si è poveri, non c’è niente da fare. Attualmente lavoro per consegnare pasti per una mensa, non si tratta di un atto politico, per me ora è il modo migliore di donare una parte del mio tempo.
Non so se è a conoscenza dello status giuridico dei gay in Italia, e delle lunghe polemiche intorno al tentativo di introdurre una forma di unione legale, osteggiata dalla Chiesa.
Penso che in Italia ci sia una situazione simile a quella degli Stati Uniti. Da noi ci sono i fondamentalisti, e i politici allo stesso modo hanno paura di perdere voti se supportano i diritti dei gay.
Ma negli Stati Uniti le persone omosessuali possono adottare figli.
Con uno stratagemma, come persone single. Credo che in questo contesto la cosa importante sia amare i propri figli. Non è mica garantito che le cosiddette famiglie “regolari” crescano sempre bene i figli, dipende dai genitori. Le coppie gay non vivono mica in un mondo di soli gay, si circondano di amiche donne in modo da offrire un supporto femminile ai figli. I figli di coppie gay che conosco sono tutti eterosessuali, e noi pensiamo che se cresceremo un figlio che ama le donne e non le odia sarà un gran successo, un uomo profondo e complesso, un grande essere umano.

film à ne pas rater

  • Come l'ombra, Marina Spada
  • el-Jenna alan, Paradise now, Hany Abu-Assad
  • Il segreto di Esma, Jasmila Zbanic
  • Inland Empire, David Lynch
  • La vita segreta delle parole, Isabelle Coixet
  • Mille miglia lontano, Zhang Ymou
  • Rosetta, Jean-Pierre e Luc Dardenne

letture

  • Amitav Ghosh, circostanze incendiarie, Neri Pozza
  • Aminatta Forna, Le pietre degli avi, Feltrinelli
  • Studio Azzurro. Videoambienti, ambienti sensibili
  • Rick Moody, I rabdomanti, Bompiani
  • Claire Castillon, Veleno, Bompiani
  • Werewere Liking, La memoria amputata, BCD editore
  • Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi
  • Simon Ings, Il peso dei numeri, Il Saggiatore

ascolti dalla a alla zebda

  • Aida Nadeem, Out of Baghdad
  • Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini, "Andate, o miei sospiri"
  • Amine e Hamza M'Rahi, Asfar
  • David Sylvian, Nine horses
  • David Sylvian, tutto
  • Diego Ortiz, Ad Vesperas, Cantar Lontano
  • Domenico Gabrielli, Opera completa per violoncello
  • Emanuela Galli, Gabriele Palomba, Franco Pavan, Languir me fault
  • Eric Truffaz, Mounir Trudi, Face-à-face
  • François Couperin, Leçons de Ténèbres
  • Gianmaria Testa, Extra-muros
  • Henry Purcell, Fantazias, Rose Consort of viols
  • Hildegard von Bingen, Canti estatici
  • J.S. Bach, Soprano Cantatas, Cappella Istropolitana
  • Japan, tutto
  • Marc Antoine Charpentier, Salve Regina
  • Marin Marais, Pièces à deux violes 1686
  • Mario Biondi (essì, Mario Biondi)
  • Paolo Conte, Elegia
  • Ray Lema, Mizila
  • Rose consort of viols, Elizabethan songs and consort music
  • Sonia M'Barek, Tawchih
  • Vengeance du rap tunisien
  • Violent femmes, Violent femmes (purissima goduria)
  • Zebda, Essence ordinaire

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